Il mio vangelo
non ha capitoli né sigilli,
è scritto con la polvere dei passi
e con il fiato breve dei viventi.
È un canto di liberazione
per ogni uomo e ogni donna
sotto il cielo scorticato dal sole,
inermi come semi
gettati nel vento.
Non chiede il nome del dio,
non interroga le ginocchia piegate,
non pesa le parole delle preghiere.
Sa che ogni speranza
ha la stessa sete
e lo stesso tremito notturno.
Grida al sole,
sì, gli grida contro,
come un profeta stanco ma ostinato:
«Non bruciare invano le nostre ore,
non passare oltre le mani vuote,
fermàti sulle cicatrici della terra».
Io canto l’uomo
quando cade e non è visto,
quando lavora il pane con le unghie,
quando ama senza lingua comune,
quando piange un figlio
chiamandolo con nomi diversi.
Il mio vangelo
è inciso nei muri scrostati,
nelle stazioni all’alba,
nelle case dove Dio entra scalzo
e resta in silenzio.
Non promette salvezze lucide,
ma una fraternità ferita,
una luce che non acceca
e resta anche quando il cielo
sembra di pietra.
E se grido al sole
è perché risponda alla notte degli uomini,
perché illumini chi cammina
senza sapere dove,
perché nessuno sia straniero
sotto questa volta immensa
che chiamiamo cielo
e che, senza saperlo,
ci chiama per nome.
(D. R.)

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