Chiude la Hoepli, non per mancanza di
libri ma di lettori: a Milano si spegne uno storico faro civile, nell'indifferenza
di un Paese che ha scambiato la fretta per progresso. Ma la sua chiusura è solo
la punta dell'iceberg di una crisi più profonda, quella di un'intera industria
culturale che si sta disgregando sotto il peso delle concentrazioni editoriali,
delle leggi di mercato brutali e dell'abbandono istituzionale.
Un sintomo che arriva
tardi
La chiusura della Hoepli non è una
notizia: è un sintomo. E come tutti i sintomi arriva tardi, quando la febbre è
già salita da un pezzo e noi abbiamo fatto finta di niente. La Hoepli – quella
vera, di via Ulrico Hoepli a Milano, con le sue scale, i suoi reparti ordinati
come una biblioteca prussiana e l'odore di carta che sapeva di Europa – non era
soltanto una libreria. Era un'istituzione laica. Fondata nel 1870 da un editore
svizzero trapiantato sotto la Madonnina, aveva attraversato monarchie, guerre,
fascismi, boom economici e riflussi ideologici senza mai perdere la sua
identità: vendere libri seri a gente curiosa. Un mestiere semplice e
rivoluzionario.
Ora chiude. O, per essere più precisi,
abbassa le serrande in un'Italia che non le alza più per nessuno. Non è un
fallimento improvviso, non è la scena melodrammatica di un libraio in lacrime
che spegne la luce per l'ultima volta. È qualcosa di più sottile e più grave: è
la resa silenziosa di un presidio culturale in un Paese che ha smesso di
considerare la cultura un bene primario.
L'editoria italiana in
ginocchio
Ma la Hoepli non cade da sola. Cade in
un ecosistema editoriale già devastato da decenni di trasformazioni
traumatiche. Dal 2010 a oggi, l'Italia ha perso oltre 2.500 librerie
indipendenti. Non stiamo parlando di botteghe obsolete travolte dal progresso:
stiamo parlando di presidi culturali che hanno resistito a guerre mondiali ma
non hanno retto alla combinazione micidiale di recessione economica,
concorrenza digitale e politiche culturali inesistenti.
I dati parlano chiaro. Il mercato
editoriale italiano vale oggi circa 3 miliardi di euro, in calo costante dal
2008. Negli ultimi quindici anni abbiamo assistito a un crollo del 25% nelle
vendite di libri cartacei, solo parzialmente compensato dall'ebook – che in
Italia resta un fenomeno marginale, attestato intorno al 7-8% del mercato
totale, contro il 20-25% di altri paesi europei. Gli italiani leggono sempre meno:
secondo l'ISTAT, nel 2023 solo il 39% della popolazione ha letto almeno un
libro nell'anno precedente, escludendo i testi scolastici. Siamo ultimi in
Europa, dietro alla Grecia e al Portogallo.
E mentre i lettori scompaiono, il
settore si concentra. La parola chiave degli ultimi vent'anni è stata
"concentrazione": fusioni, acquisizioni, incorporazioni. Mondadori,
diventato un colosso attraverso l'acquisizione di Einaudi, Rizzoli, Sperling
& Kupfer, controlla oggi quasi il 30% del mercato trade italiano.
Feltrinelli ha assorbito le attività retail di RCS. GeMS – il gruppo
controllato da DeAgostini – ha inglobato Garzanti, UTET, Adelphi (in parte) e
decine di marchi minori. Tre gruppi controllano quasi il 70% del mercato
italiano dei libri di narrativa e saggistica.
La dittatura del best
seller
Cosa significa questa concentrazione per
il lettore, per l'autore, per la cultura? Significa che l'editoria italiana ha
smesso di essere un'industria culturale per diventare un'industria dello
spettacolo. Gli editori dei grandi gruppi non pubblicano più libri: producono
prodotti. I cataloghi sono costruiti intorno a pochi titoli "traino",
quelli che devono vendere decine di migliaia di copie per coprire i costi fissi
della macchina distributiva. Il resto – la letteratura di qualità, la
saggistica specializzata, la poesia, la traduzione di opere straniere non
commerciali – sopravvive come complemento d'arredo.
Il risultato è una standardizzazione del
gusto. Nelle vetrine delle librerie – quelle che resistono – si vedono sempre
gli stessi volti: influencer che firmano romanzi scritti da altri, politici che
raccontano la "loro" verità, sportivi che confessano traumi e
trionfi. Le autobiografie di personaggi televisivi vendono più di Calvino. I
libri di ricette di chef stellati occupano più spazio di Primo Levi. E quando
un romanzo letterario riesce a emergere, è quasi sempre perché ha vinto un
premio: il sistema si è talmente cristallizzato che senza l'imprimatur di una
giuria autorevole, nemmeno i librai sanno più cosa proporre.
La concentrazione editoriale ha prodotto
anche un'uniformità ideologica. I grandi gruppi, legati a holding finanziarie e
imperi mediatici, privilegiano opere "sicure": niente troppo critico,
niente troppo sperimentale, niente che possa alienare segmenti di pubblico o
turbare gli inserzionisti. L'editoria è diventata conservatrice per paura, non
per convinzione. E la paura non genera mai cultura degna di questo nome.
I piccoli editori. Eroi
in trincea
Di fronte ai giganti, resistono gli
editori indipendenti. Adelphi, Sellerio, Neri Pozza, Iperborea, Nottetempo,
Edizioni E/O, L'Orma: sono loro a tenere in piedi ciò che resta dell'editoria
come missione culturale. Pubblicano autori stranieri sconosciuti che poi
vincono i Nobel. Recuperano classici dimenticati. Scommettono su esordienti che
scrivono in modo diverso. Ma lo fanno con bilanci risicati, tirature minime,
distribuzione precaria.
Perché per un piccolo editore
indipendente, pubblicare in Italia è diventato quasi impossibile. La
distribuzione è controllata dai grandi gruppi: se non appartieni a una delle
reti maggiori, finisci ai margini. Le librerie indipendenti che potrebbero
valorizzare la tua produzione chiudono una dopo l'altra, sostituite da catene
che espongono ciò che il marketing centrale decide. I costi di produzione –
carta, stampa, logistica – sono schiaccianti per chi non ha economie di scala.
E lo Stato? Lo Stato italiano finanzia la cultura con le briciole: il Fondo per
l'editoria distribuisce meno di 50 milioni di euro all'anno per l'intero
settore, mentre la Francia investe dieci volte tanto.
Il risultato è che gli editori
indipendenti sopravvivono per ostinazione personale, non per sostenibilità
economica. Sono editori-missionari, spesso precari loro stessi, che pubblicano
per vocazione più che per profitto. Una situazione eroica e tragica al tempo
stesso. Perché quando un editore indipendente chiude – e ne chiudono decine
ogni anno, senza clamore mediatico – con lui se ne va un pezzo di biodiversità
culturale. Ogni piccola casa editrice è un ecosistema: ha la sua linea, i suoi
autori, il suo pubblico. Quando sparisce, quella nicchia muore. E l'uniformità
avanza.
La distribuzione, il
nodo che strozza
Se la concentrazione editoriale è il
primo problema strutturale, la distribuzione è il secondo. In Italia, la catena
distributiva è una giungla opaca dove si annidano inefficienze, ritardi,
sprechi e rendite di posizione. Un libro che esce oggi in libreria arriverà al
distributore tra 60 giorni, all'editore tra 90, e l'editore pagherà l'autore
tra 180. Nel frattempo, il 30-35% delle copie tornerà indietro come reso. Un
sistema folle che nessun altro settore merceologico tollererebbe.
I distributori – una decina di operatori
che controllano quasi tutto il mercato – impongono condizioni leonine: sconti
superiori al 50% sul prezzo di copertina, pagamenti dilazionati, diritto di
reso illimitato. Per un editore piccolo, significa lavorare con margini sotto
il 10% e cashflow negativo per mesi. Per una libreria indipendente, significa
avere gli scaffali pieni di libri non pagati, con il rischio costante di
trovarsi in magazzino titoli invendibili che dovrà restituire a proprie spese.
E poi c'è Amazon. La piattaforma
digitale che ha cambiato tutto senza cambiare niente. Amazon non è solo un
competitor: è un sistema parallelo che ha bypassato l'intera filiera
tradizionale. Vende a sconti che nessuna libreria può replicare, consegna in 24
ore, offre reso gratuito, recensioni immediate. Per molti lettori, Amazon è
diventato il luogo dove si comprano i libri, punto. Il risultato è che i grandi
editori devono trattare con Amazon quasi alle sue condizioni – e Amazon prende
un'altra fetta di margine già striminzito – mentre le librerie indipendenti
competono con un gigante globale che non paga le tasse in Italia e non ha
personale da formare, scaffali da allestire, affitti da pagare.
La colpa è anche nostra
Qualcuno dirà che è colpa di Amazon. È
la risposta più comoda, e dunque la più gettonata. Amazon è il nuovo Attila:
dove passa lui, non cresce più un segnalibro. Ma la verità è meno epica e più
domestica. Amazon vende quello che noi chiediamo. E noi chiediamo velocità,
sconti, consegna in ventiquattr'ore e la possibilità di restituire un romanzo
come fosse una camicia che non ci dona. La Hoepli, invece, vendeva tempo. E il
tempo, nell'epoca della fretta permanente, è un prodotto fuori mercato.
Entrare alla Hoepli significava esporsi
al rischio dell'incontro. Si cercava un manuale di diritto amministrativo e si
usciva con un trattato di astronomia. Si andava per un dizionario e si
inciampava in un saggio di teologia o in un volume di ingegneria navale. Era
una libreria che non ti blandiva: ti sfidava. Ti ricordava che l'ignoranza è
vasta e che l'intelligenza richiede fatica. Oggi preferiamo che un algoritmo ci
suggerisca "chi ha comprato questo ha comprato anche…". È più
rassicurante. L'algoritmo non ti giudica. Un buon libraio, invece, sì.
Ma c'è qualcosa di più profondo. La
crisi dei lettori italiani non è solo una questione di pigrizia digitale. È una
crisi educativa e sociale. Legge chi ha studiato bene e in famiglie dove si
leggeva. Legge chi vive in città con biblioteche funzionanti e librerie
accessibili. Legge chi ha tempo e soldi. Tutti gli altri – e sono milioni –
sono tagliati fuori da un circuito che è diventato elitario non per snobismo,
ma per abbandono. Lo Stato italiano spende per la cultura il 1,4% del PIL,
contro il 2,2% della Francia e il 2% della Germania. Le biblioteche pubbliche
sono cronicamente sottofinanziate. L'educazione alla lettura nelle scuole è
affidata al volontariato degli insegnanti. E poi ci stupiamo se legge solo il
39% della popolazione.
Lo Stato assente
In questo disastro, lo Stato italiano
brilla per assenza. Non c'è una politica industriale per l'editoria. Non c'è
una strategia per sostenere le librerie indipendenti. Non c'è un piano serio
per promuovere la lettura. C'è, al massimo, qualche bonus sporadico – il famoso
18App, che ha fatto vendere più PlayStation che romanzi – e qualche convegno
ministeriale dove si celebra la bellezza del libro senza mai affrontare i nodi
strutturali.
Altri Paesi hanno fatto scelte diverse.
La Francia ha una legge sul prezzo fisso del libro che impedisce sconti
selvaggi e protegge le librerie indipendenti. Ha un sistema di sovvenzioni
pubbliche per editori e librai. Ha un limite agli affitti commerciali nei
centri storici per evitare la gentrificazione. Ha biblioteche comunali aperte
fino a tarda sera, gratuite, frequentatissime. L'Inghilterra ha un fondo
pubblico che compra copie di libri di esordio per distribuirli alle
biblioteche, garantendo agli editori una base di vendite minima. La Spagna ha
esenzioni fiscali per chi apre librerie in aree periferiche. L'Italia ha i
selfie davanti alla Scala e le luminarie di Natale in centro.
Il messaggio implicito è chiaro: la
cultura è ornamento, non fondamento. È qualcosa per i weekend, per le serate al
teatro, per le mostre quando viene il turista. Non è un investimento
strategico. Non è infrastruttura civile. E infatti le librerie chiudono come
chiudono gli ospedali nelle aree interne: per mancanza di sostenibilità
economica in un contesto dove il pubblico si è ritirato e il privato non ce la
fa da solo.
Le città vetrina
C'è poi la questione, tutta italiana,
delle città trasformate in vetrine. Milano, che un tempo era capitale morale e
officina editoriale, è diventata un centro commerciale con skyline. Le librerie
indipendenti resistono come le botteghe degli artigiani: eroiche, ma circondate
da affitti stellari e da un turismo mordi e fuggi che fotografa le facciate e
ignora gli scaffali. La cultura non fa rumore, non produce code da selfie. E
dunque non rende abbastanza.
Via Dante, via Torino, corso Buenos
Aires: dove c'erano librerie storiche ora ci sono flagship store di catene
internazionali. I proprietari degli immobili preferiscono affittare a marchi
globali che garantiscono canoni sicuri e contratti lunghi. Una libreria
indipendente, con i suoi margini risicati e la sua fragilità strutturale, è
inquilino indesiderato. E così Milano, che aveva una tradizione editoriale
seconda solo a Parigi, sta espellendo le sue librerie dai centri urbani. Quelle
che sopravvivono si spostano in periferia, dove gli affitti sono sostenibili ma
i clienti scarseggiano, o si rifugiano in spazi culturali ibridi –
librerie-bar, librerie-laboratori – che sopravvivono grazie alla
diversificazione delle entrate.
Lo stesso fenomeno si ripete a Roma,
Torino, Bologna, Firenze. Le città turistiche si gentrificano, i centri storici
diventano musei a cielo aperto, la vita culturale si sposta ai margini o
scompare. E le amministrazioni comunali, quando non sono complici, sono
impotenti. I regolamenti urbanistici che dovrebbero proteggere le attività
culturali esistono sulla carta ma vengono sistematicamente aggirati. I fondi
per sostenere i presidi culturali sono irrisori. Il messaggio è sempre lo
stesso: arrangiatevi, e se non ce la fate, chiudete.
La fine di una
borghesia
La chiusura della Hoepli è anche la
sconfitta di una certa idea di borghesia. Quella che comprava enciclopedie a
rate, che regalava libri per Natale invece di gift card, che considerava lo
studio un investimento e non un fastidio. Quella borghesia aveva dei difetti,
certo: era spesso conformista, pavida, ipocrita. Ma aveva anche una
consapevolezza: la cultura costa fatica e tempo, e vale la pena investirci.
Oggi quella borghesia è in via di
estinzione, sostituita da un ceto medio impaurito, precario, ossessionato dalla
performance economica immediata. Si studia per trovare lavoro, non per capire
il mondo. Si legge – se si legge – per svago, non per formazione. L'idea stessa
di "investimento culturale" suona antiquata, quasi ridicola. A che
serve leggere Proust quando puoi imparare l'inglese commerciale? A che serve
studiare filosofia quando i posti sono nell'informatica? A che serve comprare
libri quando puoi scaricarli gratis o, meglio ancora, guardare il riassunto su
YouTube?
È una visione utilitaristica della
cultura che ne nega la natura. Perché la cultura non è utile nello stesso senso
in cui è utile un trapano o un foglio Excel. La cultura è utile come sono utili
le fondamenta di una casa: non si vedono, ma senza di esse l'edificio crolla.
Una società senza cultura solida produce cittadini disorientati, incapaci di
pensiero critico, vulnerabili a qualsiasi manipolazione. E infatti è
esattamente quello che sta succedendo. In un Paese che legge poco e male,
trionfa la politica degli slogan, il giornalismo delle headline, il dibattito
pubblico dei tweet incendiari.
Cosa sopravviverà
Certo, sopravviveranno le piattaforme
digitali, gli e-book, le audiocronache lette da voci suadenti. Sopravviveranno
le classifiche dominate da influencer e autobiografie di celebrità effimere. Il
mercato non tollera vuoti. Ma il mercato non garantisce qualità, garantisce
domanda. E se la domanda è modesta, l'offerta si adegua. La Hoepli
rappresentava l'ostinazione della qualità. Era una libreria che credeva ancora
nel lettore come cittadino, non come cliente.
Forse la Hoepli riaprirà in altra forma,
forse si reinventerà online, forse diventerà marchio e memoria. Il capitalismo
è creativo quando vuole. Ma una libreria fisica, con i suoi scaffali e le sue
polveri sottili di carta, non è replicabile in pixel. È un'esperienza civile
prima ancora che commerciale. È un luogo dove la casualità conta più
dell'algoritmo, dove il tempo si dilata invece di comprimersi, dove l'incontro
umano – con un libraio, con un altro lettore, con un libro inaspettato – è
ancora possibile.
Cosa perdiamo davvero
Non si tratta di nostalgia. La nostalgia
è un sentimento pigro. Qui non si rimpiange un'epoca d'oro che forse non è mai
esistita. Si constata un impoverimento. Quando chiude una libreria come la
Hoepli, non perdiamo soltanto un negozio: perdiamo un luogo di orientamento. Un
faro. E in un Paese che naviga a vista, spegnere un faro non è mai una buona
idea.
Perdiamo anche qualcosa di più sottile:
perdiamo la possibilità dell'inaspettato. In un ecosistema editoriale dominato
da algoritmi e best seller, la scoperta casuale è quasi impossibile. Gli
algoritmi ti propongono ciò che hai già dimostrato di gradire. Le classifiche
ti mostrano ciò che tutti stanno leggendo. I social ti bombardano con i libri
di cui tutti parlano. Il risultato è un'omologazione del gusto, una bolla
culturale dove ognuno legge (se legge) solo ciò che conferma le proprie
preferenze. Una libreria come la Hoepli era l'antitesi di questo: un luogo
caotico, imprevedibile, dove potevi imbatterti in qualcosa che non sapevi di
cercare e che poteva cambiarti la vita.
Perdiamo, infine, un pezzo di memoria
collettiva. La Hoepli non era solo un negozio: era un archivio vivente della
cultura italiana ed europea. Generazioni di studenti, professionisti,
intellettuali, curiosi avevano attraversato quelle scale. Lì si erano formati
ingegneri, medici, architetti, scrittori. Lì erano nati amori, vocazioni,
progetti. Quando una libreria così chiude, chiude un secolo e mezzo di storie
individuali e collettive. E quelle storie non sono trasferibili online, non
sono archiviabili in cloud. Esistevano nello spazio fisico, nell'esperienza
condivisa, nella materialità della carta e del legno.
Le finte soluzioni
Qualcuno proverà a organizzare una
petizione. Altri scriveranno post indignati sui social – magari proprio mentre
aspettano il corriere con l'ennesimo pacco ordinato online. È il nostro sport
nazionale: piangere sulle rovine che abbiamo contribuito a creare. Poi passerà
anche questa, come passano tutte le notizie che non riguardano il campionato o
l'ultima polemica televisiva.
Ma le petizioni non servono a niente.
Non servono gli appelli, i manifesti, i convegni di intellettuali preoccupati.
Servirebbero politiche strutturali: leggi sul prezzo fisso del libro, fondi
seri per l'editoria indipendente, vincoli urbanistici a protezione delle
librerie, investimenti massicci in biblioteche e promozione della lettura,
educazione scolastica seria e non episodica. Servirebbero scelte difficili, che
costano soldi e consenso. E siccome nessuno vuole pagare il prezzo politico di
queste scelte, ci limitiamo ai gesti simbolici.
Il problema è che i gesti simbolici non
salvano le librerie. Non salvano l'editoria. Non salvano la cultura. Salvano la
coscienza di chi li compie, che può continuare a sentirsi dalla parte giusta
mentre il sistema che ha contribuito a creare continua a funzionare come prima.
Compriamo su Amazon, condividiamo l'ennesimo post di sdegno per la chiusura di
una libreria, ci sentiamo a posto. E domani sarà la volta di un'altra libreria,
di un altro editore, di un altro pezzo di civiltà che se ne va.
Un pezzo di coscienza
civile che si assottiglia
Eppure la chiusura della Hoepli dovrebbe
inquietarci più di quanto faccia. Perché misura la temperatura culturale del
Paese. Un Paese che legge poco, investe poco in istruzione, considera la
cultura un ornamento e non un fondamento, finisce per trovarsi senza librerie e
senza idee. E quando mancano le idee, restano solo gli slogan.
La serranda che si abbassa in via Hoepli
non è un gesto teatrale. È un rumore secco, quasi burocratico. Ma dentro quel
rumore c'è un secolo e mezzo di storia editoriale italiana. C'è l'eco delle
generazioni che hanno studiato su quei testi, che hanno preparato esami,
costruito carriere, alimentato passioni. C'è un pezzo di Milano che se ne va in
silenzio, senza cortei né fanfare. E c'è il segnale inequivocabile che
l'editoria italiana, così come l'abbiamo conosciuta, sta morendo.
Non sta morendo per cause naturali. Sta
morendo perché l'abbiamo abbandonata. Perché abbiamo preferito la comodità alla
curiosità, la velocità alla profondità, il risparmio alla qualità. Perché le
istituzioni hanno scelto di non scegliere, lasciando che il mercato decidesse
tutto. E il mercato, come sempre, ha deciso secondo logiche di profitto
immediate, non di valore culturale a lungo termine.
Non è la Hoepli che chiude, siamo noi
che ci chiudiamo. Chiudiamo la curiosità, la pazienza, la voglia di
approfondire. E mentre le serrande scendono, continuiamo a dirci che va tutto
bene, che è il progresso, che il mondo cambia.
Il mondo cambia, sì. Ma non sempre
migliora. E quando una libreria storica abbassa la saracinesca, quando
un'industria editoriale si disgrega, quando un Paese smette di leggere, non è
solo un esercizio che fallisce. È un pezzo di coscienza civile che si
assottiglia. Milano perderà un indirizzo. L'Italia perderà un simbolo. E noi
perderemo un'altra occasione per accorgercene in tempo.
Ma
forse – e questa è la speranza più flebile – questa chiusura potrà essere
l'ultima campanella d'allarme prima del punto di non ritorno. Forse la
scomparsa della Hoepli, con tutto il suo peso simbolico, potrà finalmente
costringere qualcuno a fare i conti con la realtà: senza libri non c'è cultura,
senza cultura non c'è cittadinanza, senza cittadinanza non c'è democrazia. E
quando la democrazia si svuota, rimangono solo le rovine. Come quelle di una
libreria che un tempo fu grande.

Complimenti un esame attento e accorato dell’attuale momento culturale AL
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