"Il devoto della maldicenza. L'arte sottile di sparlare con le migliori intenzioni" di Davide Romano
Una delle figure più tenaci e imperiture che la civiltà abbia prodotto è il pettegolo. Gli imperi crollano, le ideologie tramontano, le rivoluzioni si avvitano su se stesse e finiscono in pantofole davanti al camino, ma lui resta. Anzi prospera. È l'unico essere umano che sia riuscito, nel corso dei millenni, a trasformare il nulla in professione stabile e il veleno in forma di socialità riconosciuta.
Il pettegolo non parla mai male di nessuno. Sarebbe troppo volgare, e lui ha un certo senso del decoro. Lui si preoccupa. Ha sentito delle voci. Non sa se sia vero, ma sente il dovere civile di riferirlo. Non vorrebbe giudicare, naturalmente — e a questo punto fate mentalmente il segno della croce, perché il giudizio è già arrivato, ha preso casa e ha spostato i mobili. È un benefattore dell'umanità che distribuisce sospetti come un farmacista distribuisce aspirine. Con una differenza capitale: le aspirine alleviano il mal di testa, i suoi discorsi lo provocano e poi ci abitano stabilmente.
Lo si riconosce da un segno infallibile: non afferma mai, insinua. Non accusa, allude. Non colpisce, sfiora. È il campione mondiale del condizionale. Se dicesse apertamente ciò che pensa, sarebbe costretto ad assumersene la responsabilità davanti agli uomini e, come avvertirebbe Kant, davanti alla propria ragione morale. Invece preferisce lasciare che il veleno faccia il suo corso da solo, come certi gas inodori che non si vedono, non si annusano, ma producono effetti devastanti. Tra il dire e il non dire, ha scelto una terza via: il suggerire.
Il diffamatore ordinario è quasi simpatico nella sua rozzezza. Ti dichiara guerra aperta e almeno sai da dove arrivano i colpi: puoi parare, rispondere, batterti. Il pettegolo, invece, si presenta come un amico. Ti sorride, ti abbraccia, qualche volta ti assicura addirittura le sue preghiere — che in bocca sua suonano come la sirena di un sottomarino che punta il siluro. Poi, appena giri l'angolo, comincia la sua opera missionaria.
La sua frase preferita è: «Io non dovrei dirtelo, però…»
Quando sentite pronunciare queste parole, preparatevi. È l'equivalente verbale della sirena antiaerea. Mettetevi il casco.
Spesso il pettegolo ama circondarsi di un'aura morale che farebbe invidia a un anacoreta. Si considera difensore della verità, custode della purezza, vigilante dei costumi. È convinto che la Provvidenza gli abbia personalmente affidato il compito di monitorare le debolezze altrui. Come il fariseo della parabola — quello che ringraziava Dio di non essere come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri — anche lui eleva quotidianamente il suo inno di gratitudine mentre il pubblicano, in fondo al tempio, si batte il petto in silenzio (Luca 18, 11). Le proprie debolezze, il pettegolo non le vede. Non per cattiveria consapevole. Per mancanza di specchi.
Esiste però una variante particolarmente raffinata di questa specie — la più pericolosa, quella che richiederebbe uno studio clinico separato. È quella che ha imparato ad usare un linguaggio edificante. Mentre demolisce la reputazione di qualcuno, mantiene un'espressione raccolta, quasi contemplativa, da persona in stato di grazia. La maldicenza esce dalle sue labbra rivestita di buoni sentimenti, come una lama nascosta dentro un messale. Parla di carità mentre esercita la crudeltà. Invoca la fraternità mentre semina zizzania — e qui il Vangelo di Matteo (13, 25) ha già detto tutto quello che c'è da dire su chi semina zizzania nel campo altrui di notte. Predica il perdono con una memoria prodigiosa delle colpe altrui: memoria che stranamente si offusca completamente davanti alle proprie.
Costui non cerca la verità. Cerca il potere. Perché il pettegolo è sempre un piccolo tiranno mancato. Non potendo governare le persone, tenta di governarne la reputazione. Non possedendo autorità reale, costruisce una rete di mezze frasi, ammiccamenti e segreti condivisi in tono sommesso, come un ragno che tesse pazientemente la tela nell'angolo buio. Vive della sensazione — per lui insostituibile — di sapere qualcosa che gli altri ignorano. Nietzsche avrebbe riconosciuto in lui una forma di ressentiment travestita da virtù: l'impotenza che si vendica attraverso il giudizio morale.
Ma qui occorre fermarsi un momento e resistere alla tentazione della spiegazione troppo comoda. Perché il pettegolo non è necessariamente un mediocre nel senso ordinario del termine. Non è detto che gli manchino intelligenza, talento, persino un certo fascino. La sua patologia non nasce dalla povertà dei doni ricevuti. Nasce da qualcosa di più sottile e più difficile da confessare: l'incapacità di abitare la propria vita. È questa la sua mediocrità — non quella intellettuale, ma quella interiore, la sola che conti davvero. Pascal lo aveva capito tre secoli fa con quella frase che brucia ancora: «tutta la sventura degli uomini viene da una cosa sola, dal non saper stare fermi in una stanza». Il pettegolo non sa stare nella sua stanza. E poiché uscire dalla propria vita richiede coraggio — richiede di costruire qualcosa, di rischiare, di esporsi al giudizio — trova più comodo entrare in quella degli altri. La vita altrui è uno spazio senza rischi: la si può visitare, saccheggiare e abbandonare senza doverne rispondere.
Da questa mediocrità interiore nasce, come conseguenza quasi inevitabile, l'invidia. Schopenhauer la definiva il vizio più diffuso e il meno confessato, perché tutti ammettono la collera, la pigrizia, perfino la lussuria — ma nessuno ammette l'invidia. È troppo umiliante: confessa inferiorità percepita. Così il pettegolo compie un'operazione di livellamento: se non riesce a salire lui, almeno fa scendere l'altro. Non è una strategia consapevole. È un riflesso. Il riflesso di chi non ha imparato a gioire della luce altrui senza sentirsi oscurato.
La sua tragedia più profonda è dunque che, in fondo, non parla mai degli altri. Parla di sé. Ogni pettegolezzo è una confessione involontaria, uno specchio che lui pensa di puntare verso il prossimo e che invece riflette soltanto lui. L'uomo generoso vede il bene. L'uomo intelligente vede la complessità. Il pettegolo vede soltanto il fango, perché è l'unica materia che maneggia quotidianamente e dunque l'unica che conosce davvero. E ciò che vede negli altri, a ben guardare, è sempre e soltanto ciò che non riesce a guardare in se stesso.
E così trascorre la sua esistenza da rabdomante delle miserie umane: cercando crepe nei caratteri altrui, amplificando difetti, trasformando errori in scandali e debolezze in sentenze definitive senza diritto d'appello. Non costruisce nulla. Non crea nulla. Non consola nessuno. Ma si considera indispensabile — il che è forse il peccato più comico che la vita consenta.
La storia, tuttavia, è piena di tombe di pettegoli dimenticati e di uomini diffamati che hanno continuato serenamente il loro cammino. Perché il pettegolezzo ha la velocità del vento, ma la verità ha la resistenza della pietra. Come scriveva Agostino: «il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te» — e il pettegolo, che non riposa mai, conferma ogni giorno questa diagnosi con la sua irrequietezza instancabile. È un uomo che non ha trovato pace con se stesso, e che perciò non può tollerare che altri la trovino.
E quando finalmente il professionista del sussurro si accorge che il mondo continua a girare senza le sue insinuazioni — che la vita degli altri procede, che il sole sorge ugualmente, che nessuno lo aspetta alle riunioni decisive — allora prova un'amara sorpresa. Scopre che gli altri parlavano di lui molto meno di quanto lui abbia parlato degli altri.
È il castigo più elegante che la vita riservi a questa categoria di persone. Non l'odio. Non la vendetta. Ma l'irrilevanza. Il pettegolo sogna di essere il regista segreto delle vicende altrui e finisce per diventare una nota a piè di pagina delle proprie. Una nota, per giunta, che nessuno legge.
Perché chi non impara ad abitare la propria vita non diventa protagonista di nessuna altra.

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