“Siciliani, ignoranti e contenti (anche di non leggere)” di Davide Romano




Ultimi in Italia per lettura, tra librerie che chiudono e un’arroganza culturale che scambia l’ignoranza per sapere: una sconfitta annunciata che ormai non sorprende più

 

C’è un momento, nella vita delle regioni come in quella degli uomini, in cui le classifiche smettono di essere statistiche e diventano specchi. E lo specchio, si sa, non mente: al massimo offende. La Sicilia, nel 2026, si guarda dentro il “Book Lover Index” e vede riflessa un’immagine che non le piace. Ultima. Ventesima su venti. Con un misero 33,1 su 100. E soprattutto con quel 25,3% di lettori che, più che un dato, è una confessione.

Non è una sorpresa. È una diagnosi.

Da anni l’Istat certifica una desertificazione culturale che avanza lenta ma inesorabile, come certe mareggiate d’inverno che nessuno prende sul serio finché non si portano via la spiaggia. E intanto chiudono librerie, scompaiono case editrici, i giornali arrancano o muoiono in silenzio, senza nemmeno il lusso di un necrologio. Non è crisi: è abitudine.

Eppure – ed è qui che il paradosso diventa grottesco – i siciliani cercano libri. Li cercano su Google, li annusano da lontano, li sfiorano come si fa con le cose che si temono. Undicesimi per ricerche “libri da leggere”. Non ultimi, badate. Undicesimi. Il desiderio c’è. L’atto no.

Come quei devoti che affollano le processioni ma non mettono mai piede in chiesa.

Il problema non è la mancanza di intelligenza. Sarebbe quasi rassicurante. Il problema è quella miscela tipicamente isolana di pigrizia culturale e superbia intellettuale. Una spocchia senza contenuto, un’arroganza che non nasce dalla conoscenza ma dalla sua assenza. Si parla di tutto, si sentenzia su tutto, si pontifica con disinvoltura. Ma leggere? No, quello no. Troppa fatica. Troppo silenzio. Troppo confronto con qualcosa che non si può interrompere con una battuta.

Leonardo Sciascia lo aveva capito prima degli altri: “La Sicilia non è una terra di ignoranti, ma di persone che si credono sapienti senza esserlo”. Non è una citazione letterale, ma il senso di tutta la sua opera sì. E ancora più indietro, Friedrich Nietzsche ammoniva che “la convinzione è nemica della verità più della menzogna”. In Sicilia la convinzione è una religione civile.

Ci si convince di sapere. E quindi non si legge.

Nel frattempo il tessuto culturale si sfalda. Le librerie – quelle vere, non gli store impersonali – chiudono una dopo l’altra, soffocate da un mercato che non perdona e da un pubblico che non compra. Le case editrici locali resistono come avamposti in territorio ostile, spesso più per ostinazione che per sostenibilità. I giornali – un tempo fucine di dibattito – si riducono a eco sbiadite, quando non scompaiono del tutto.

E allora ci si rifugia nella narrazione consolatoria: “la Sicilia è terra di bellezza”, “la Sicilia è cultura millenaria”, “la Sicilia è arte”. Tutto vero. Ma è archeologia, non vita. È patrimonio, non pratica. È museo, non coscienza.

Una regione che non legge è una regione che smette di pensare. E quando smette di pensare, inizia a raccontarsi favole. Le stesse, sempre le stesse: il genio naturale, l’intuito, la furbizia. Qualità che diventano alibi. Per non studiare. Per non approfondire. Per non cambiare.

E così il dato del 25,3% non è un incidente. È una conseguenza.

Non è colpa delle infrastrutture, o almeno non solo. Non è colpa della mancanza di festival, o della scarsità di librerie. Quelle sono cause secondarie. La causa principale è più scomoda: è la disaffezione verso la fatica del pensiero. È l’idea che leggere sia inutile, o peggio, superfluo.

Arthur Schopenhauer scriveva che “chi non legge, quando invecchia, non avrà vissuto che una sola vita”. In Sicilia, evidentemente, una basta e avanza. Purché sia rumorosa.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una società che parla molto e legge poco, che giudica tutto e comprende poco, che difende con orgoglio una identità culturale che però non coltiva più. Una contraddizione che si trascina da decenni e che oggi, finalmente, trova un numero. Freddo, impietoso, definitivo.

Ultimi.

E la cosa più inquietante è che, sotto sotto, non stupisce nessuno.

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