Non desidero il tuo cielo, Signore,
né l’eterno silenzio delle stelle immobili,
ma questa terra che respira,
questa primavera che rompe la pietra
e mi chiama per nome.
Voglio il tremore dell’erba nuova,
la luce che inciampa tra i rami,
il grido improvviso degli uccelli
che non conoscono dottrina,
ma cantano.
Dammi il vento che sporca le mani,
la pioggia che sa di rinascita,
il dolore breve dei germogli
che spaccano il buio del seme
per essere.
Io non chiedo salvezza lontana,
ma questo sangue che corre,
questa carne che sente,
questo giorno che muore
e subito ritorna.
E se esisti, Signore,
sei qui:
nel riso di ogni bambino,
nelle mani che si cercano,
nei baci senza fine,
nella terra che odora di vita.
Lasciami gridare —
non preghiera, ma gioia —
contro il cielo stesso:
sono vivo,
e basta.
(Davide Romano)

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