Nel sole fermo di mezzogiorno
giace la morte,
come un’arancia spaccata sulla pietra.
Non ha grido,
solo luce.
I corpi caduti parlano con l’ombra corta
che li custodisce.
Sangue e polvere hanno lo stesso odore
dei fichi maturi d’agosto,
quando la terra arde
e nessuno osa toccarla.
Li hanno colti così,
inermi nel giorno pieno,
mentre il mare respirava lento
e le madri stendevano lenzuola bianche
alle finestre.
Bella è la morte, dicono,
se il sole la incorona
e la veste d’oro.
Ma è una bellezza che ferisce,
come spiga tagliata prima del tempo,
come canto interrotto nella gola.
Sotto il cielo senza nuvole
restano gli occhi aperti
a fissare un azzurro che non risponde.
E le città, indifferenti,
continuano a battere moneta e passi,
a vendere frutta,
a chiamare per nome i vivi.
Pure, nella calce dei muri,
nelle crepe delle chiese abbandonate,
si annida una voce sottile:
non è vento,
non è preghiera,
è memoria che brucia.
Morti nel sole,
come santi senza altare,
hanno la fronte chiara
e le mani vuote.
La loro colpa fu luce,
parola detta intera,
pane non spartito con l’ombra.
E il sole —
questo stesso sole che matura il grano —
li tiene stretti nel suo incendio,
li fa seme.
Così
la morte,
bella solo di cielo,
diventa radice nel cuore arso della terra.
E ogni estate ritorna
a chiedere giustizia
con la voce silenziosa
dei campi.
(D. R.)
E viene in mente il dolore sordo della Sicilia umiliata e venduta, gioco di luci e ombre. Grazie per la condivisione AL
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