​“Tre giorni a Santa Maria della Dajna. Cronaca tardiva di un ritiro vocazionale tra i Frati Minori Conventuali di Marineo” di Davide Romano


Ci sono luoghi che conservano qualcosa di antico e di necessario, dove il tempo sembra rallentare non per pigrizia ma per fedeltà a un ritmo più umano, più vero. Il convento-santuario di Santa Maria della Dajna, arroccato sulle colline di Marineo, in provincia di Palermo, è uno di questi luoghi. E quando venerdì 19 dicembre dello scorso anno un gruppo di giovani, e meno giovani, del gruppo San Damiano vi giunse per il secondo ritiro vocazionale, non andava semplicemente a trascorrere un weekend fuori città. Andava a interrogarsi sul senso della propria vita, con quella radicalità che Francesco d'Assisi non solo predicava, ma viveva.

I Frati Minori Conventuali che custodiscono questo santuario mariano sanno bene cosa significhi accogliere giovani in ricerca. Non offrono risposte preconfezionate, ma quello spazio di silenzio e preghiera in cui le domande possono finalmente affiorare senza paura. Il tema del ritiro diceva tutto: "Con Maria, donna della speranza, attendiamo il Signore che viene". Maria come compagna di viaggio, la speranza come virtù teologale, l'attesa come forma di preghiera. Non poco, per tre giorni.

"Questo è il luogo dove il Signore mi ha ispirato di abitare con i miei frati: è santa la terra che calpestiamo". (San Francesco d'Assisi)

Queste parole del Poverello risuonano particolarmente a Marineo. Santa Maria della Dajna non è un convento qualunque: è uno di quei luoghi dove la presenza francescana si è radicata nei secoli, dove le pietre stesse sembrano custodire la memoria di preghiere innumerevoli. Quando si varca la soglia, si percepisce immediatamente che non si tratta di un albergo spirituale, ma di una casa dove il Vangelo viene preso sul serio.

 

Venerdì sera, l'arrivo e il primo incontro con il silenzio

La partenza da Palermo era prevista per le 16. Un'ora di viaggio che già preparava al cambiamento: dalla confusione della città al raccoglimento della collina, dal rumore al silenzio. L'arrivo alle 17 al convento, la sistemazione nelle celle semplici ed essenziali. Niente televisione, niente wifi insistente, niente distrazioni. Solo lo stretto necessario: un letto, un tavolino, una sedia. E una finestra che si apre sul paesaggio siciliano, con i suoi ulivi e i suoi silenzi.

Alle 17.30, la riflessione introduttiva di frate Antonio. Chi ha frequentato i francescani sa che quando un frate decide di parlare di vocazione, non sta tenendo una conferenza accademica. Sta raccontando una storia d'amore, quella tra Dio e l'uomo, con tutti i suoi slanci e le sue resistenze. Frate Antonio ha parlato dell'attesa come dimensione essenziale della vita cristiana: non l'attesa passiva di chi si rassegna, ma quella attiva di chi veglia, di chi tiene accesa la lampada, di chi si prepara all'incontro.

Seguiva un'ora di meditazione personale. Sessanta minuti soli con se stessi e con Dio. Un'ora che per molti giovani d'oggi è un'eternità, abituati come sono a riempire ogni vuoto con suoni e immagini. Ma è proprio in quel vuoto apparente che qualcosa può accadere: il vuoto diventa spazio, il silenzio diventa ascolto, la solitudine diventa incontro.

I vespri delle 19.30 in cappella hanno concluso il pomeriggio. La preghiera liturgica, con il suo ritmo secolare, la sua bellezza sobria, la sua capacità di dare parole ai sentimenti più profondi. Dopo la cena, alle 21.30, la veglia di preghiera. Nella penombra della cappella, davanti al Santissimo Sacramento, i giovani hanno vegliato come le vergini sagge della parabola, tenendo accese le loro lampade interiori. Non si trattava di ripetere formule, ma di stare là, presenti, in quell'attesa orante che è già essa stessa preghiera.

 

Sabato, l'ascolto della Parola e l'incontro con i testimoni

L'ufficio delle letture e le lodi alle 7.30 del mattino. Chi non ha mai pregato al mattino presto in un convento non sa cosa si perde: c'è una qualità particolare nella preghiera dell'alba, quando la luce è ancora incerta e il mondo sembra trattenere il respiro. I salmi del mattino, con la loro alternanza di lode e di supplica, di fiducia e di smarrimento, accompagnano il sorgere del sole e preparano il cuore alla giornata.

Dopo la colazione, alle 9.30, la riflessione di frate Salvino, ministro provinciale dei Frati Minori Conventuali. Un provinciale non è un burocrate ecclesiastico: è un frate che ha accettato la responsabilità di guidare altri frati, di discernere con loro le strade dello Spirito, di tenere accesa la fiamma del carisma francescano. Frate Salvino ha parlato della vocazione come chiamata personale e comunitaria insieme: Dio chiama ciascuno per nome, ma per inserirlo in una fraternità, non per isolarlo. "Non posso fare tutto io solo", diceva Francesco ai suoi primi compagni. La vocazione francescana è sempre vocazione alla fraternità.

L'ora di meditazione personale che seguiva permetteva a ciascuno di ruminare, come si dice nella tradizione monastica, quanto aveva ascoltato. Non si tratta di capire tutto subito, ma di lasciare che le parole scendano in profondità, che lavorino nel silenzio del cuore, che fruttifichino a loro tempo.

Alle 11.45, le prove di canto. Può sembrare un dettaglio marginale, ma non lo è: cantare insieme è già pregare insieme, è già fare comunità. E quando alle 12 si celebrava l'Eucaristia in cappella, quei canti preparati insieme davano voce alla preghiera comune, facevano del gruppo un solo corpo orante.

Il pomeriggio riservava un momento particolare: la partenza per Palermo alle 15.15, destinazione le suore Collegine della Sacra Famiglia. Lì ad attendere il gruppo c'era l’intera comunità e suor Maria Oliveri, con la sua riflessione, e suor Gaetana Sgarlata, con la sua testimonianza. Le religiose hanno una prospettiva particolare sulla vocazione: sono donne che hanno scelto di consacrare la loro vita a Dio in un tempo in cui tale scelta appare ai più incomprensibile. Eppure, parlando con loro, si scopre che dietro l'abito religioso non c'è rinuncia ma pienezza, non impoverimento ma arricchimento.

I vespri con le suore, poi la cena, i balli e la musica. Sì, balli e musica. Chi pensa che la vita consacrata sia tutta penitenza e mortificazione dovrebbe assistere a una festa in comunità religiosa: c'è una gioia che nasce dalla libertà interiore, dalla gratuità, dalla capacità di celebrare la vita come dono. San Francesco danzava davanti ai suoi frati quando il cuore gli traboccava di lode, e cantava le lodi di Dio in volgare perché tutti potessero unirsi. La festa fa parte della spiritualità francescana tanto quanto il digiuno.

Alle 22, il rientro a Marineo. Stanchi nel corpo, ma con l'anima più leggera. Con domande nuove e intuizioni da custodire.

 

Domenica, la Parola che illumina e la condivisione che unisce

Le lodi alle 8 del mattino di domenica avevano un sapore particolare: era l'ultimo giorno, il tempo della sintesi e del congedo. Dopo la colazione, alle 9.15, frate Antonio guidava la lectio divina sul Vangelo del giorno. La lectio è una pratica antica quanto il monachesimo: si prende un brano della Scrittura e lo si legge lentamente, più volte, lasciando che sia la Parola a interrogare noi, non noi a interrogare la Parola. Si legge, si medita, si prega, si contempla. Quattro momenti di un unico movimento di ascolto e di risposta.

San Francesco aveva con le Scritture un rapporto di straordinaria immediatezza: le prendeva alla lettera, le viveva senza mediazioni. Quando ascoltò il Vangelo in cui Gesù invia i discepoli senza bisaccia né denaro, si tolse i calzari e partì. La lectio divina è questo: lasciare che il Vangelo ti metta in movimento, ti smuova dalle tue sicurezze, ti lanci sulle strade del mondo.

Seguiva un'ultima ora di meditazione personale. Era il momento di fare il punto, di raccogliere i frutti di questi tre giorni, di portare con sé non tanto risposte definitive quanto domande più vere, più profonde, più personali.

Alle 11, la celebrazione eucaristica in santuario. Il santuario mariano è il cuore pulsante di Santa Maria della Dajna: lì generazioni di fedeli hanno portato le loro preghiere, le loro suppliche, i loro ringraziamenti. Celebrare l'Eucaristia in quel luogo significava inserirsi in una lunga catena di testimoni, unire la propria voce al coro di quanti, prima di noi, hanno invocato la Madre di Dio e hanno spezzato il pane in memoria del Signore.

A mezzogiorno, la condivisione dell'esperienza. Era questo forse il momento più delicato e più importante: mettere in comune quello che ciascuno aveva vissuto, scoprire che le proprie domande erano anche quelle degli altri, sentirsi meno soli nel cammino. Non tutti erano pronti a condividere tutto: ci sono intuizioni troppo fragili, troppo nuove, che hanno bisogno di tempo per maturare. Ma anche il silenzio rispettoso degli altri è una forma di condivisione, un modo di dire: ti ascolto, ti accolgo, ti accompagno.

Alle 13, il pranzo e le partenze. Fine del ritiro, inizio del discernimento vero, quello che si fa nella vita quotidiana, tra le tentazioni e le distrazioni di ogni giorno.

 

La terra santa che calpestiamo

Francesco diceva che la terra che calpestiamo è santa quando è santificata dalla presenza di Dio e dalla risposta dell'uomo. Santa Maria della Dajna è uno di questi luoghi: non per qualche miracolo spettacolare, ma per la fedeltà quotidiana di generazioni di frati che lì hanno pregato, lavorato, accolto, testimoniato. Il santuario mariano, con la sua icona della Madonna, ricorda a tutti che la vocazione cristiana passa sempre attraverso il fiat di Maria: quel "sì" pronunciato nel buio della fede, senza garanzie, senza sicurezze, ma con una fiducia totale in Dio.

I giovani che hanno partecipato a questo ritiro sono tornati a casa con domande che forse prima non si ponevano, con intuizioni che devono ancora maturare, con una sete che solo Dio può saziare. Alcuni di loro diventeranno frati, altri percorreranno strade diverse ma ugualmente evangeliche. Non importa: ciò che conta è aver avuto il coraggio di fermarsi, di ascoltare, di interrogarsi sul senso della propria esistenza.

 

Francesco, maestro di vita

C'è una ragione se questo ritiro vocazionale si è svolto in un convento francescano e non altrove. Francesco d'Assisi non è solo il fondatore di un ordine religioso: è un maestro di umanità, uno che ha saputo vivere il Vangelo in modo così radicale e insieme così gioioso da affascinare ancora oggi, a ottocento anni di distanza. Francesco non ha scritto trattati di teologia, non ha fondato università, non ha costruito cattedrali. Ha semplicemente vissuto il Vangelo sine glossa, senza commenti, prendendo alla lettera le parole di Gesù.

Quando diceva "Questo è il luogo dove il Signore mi ha ispirato di abitare con i miei frati", Francesco non parlava di un edificio prestigioso o di una posizione strategica. Parlava di un luogo dove sentiva la presenza di Dio, dove poteva vivere con i suoi fratelli quella fraternità evangelica che era il cuore della sua intuizione. La Porziuncola, il primo luogo francescano, era una cappellina diroccata in mezzo ai boschi. Eppure Francesco la chiamava "santa".

Santa Maria della Dajna ha qualcosa di quella santità semplice e profonda. Non è un santuario famoso, non attira folle di pellegrini, non ha opere d'arte da museo. Ma ha la presenza viva di una comunità francescana che continua a vivere la Regola, a pregare i salmi, a servire i poveri, ad accogliere chi cerca Dio. E questo basta a farne un luogo santo, un luogo dove la terra che si calpesta è davvero benedetta.

 

Maria, donna della speranza

Il tema del ritiro ruotava attorno a Maria, "donna della speranza". È una definizione bellissima e profonda. Maria è donna della speranza non perché aveva certezze umane, ma perché si è fidata di Dio anche quando tutto sembrava assurdo. Accettare di diventare madre del Messia senza comprendere come, seguire il figlio fino ai piedi della croce, credere nella risurrezione quando tutto parlava di morte: questa è stata la speranza di Maria. Una speranza contro ogni speranza, come dice San Paolo di Abramo.

Per chi si interroga sulla vocazione, Maria è un modello essenziale. Anche la vocazione è sempre un salto nel buio, un affidarsi a Dio senza avere tutte le risposte, un dire sì non perché si è capito tutto ma perché si è capito chi chiama. "Ecco la serva del Signore, avvenga per me secondo la tua parola": in queste parole c'è tutta la dinamica della vocazione. Riconoscersi servi, cioè disponibili; affidarsi alla parola di Dio, cioè fidarsi; accettare che si compia in noi qualcosa che ci supera, che non controlliamo, che viene dall'alto.

I giovani che hanno trascorso tre giorni a Santa Maria della Dajna hanno pregato con Maria e come Maria. Hanno imparato, forse, che la speranza cristiana non è ottimismo a buon mercato, ma è la certezza che Dio è fedele, che non abbandona chi si affida a lui, che porta a compimento l'opera iniziata.

 

Tornare per ripartire

I ritiri non risolvono la vita, la illuminano. Non danno risposte definitive, ma aiutano a porre domande più vere. Tre giorni a Marineo non hanno trasformato nessuno in santo, ma hanno dato a ciascuno degli strumenti per il cammino: il silenzio, la preghiera, la fraternità, la Parola di Dio, l'esempio dei testimoni.

Ora, tornati alla vita ordinaria, si tratta di vedere se quegli strumenti verranno usati o dimenticati in un cassetto. Il vero discernimento vocazionale non si fa nei ritiri, si fa nella quotidianità: nella preghiera del mattino quando si ha sonno, nella carità verso chi ci sta antipatico, nella fedeltà quando l'entusiasmo è passato, nella perseveranza quando tutto sembra inutile.

Il gruppo San Damiano ha davanti a sé un cammino lungo. Alcuni proseguiranno verso il noviziato, altri verso scelte diverse. Ma tutti hanno ricevuto, in quei tre giorni, un dono prezioso: il tempo per ascoltare la propria interiorità, per confrontarsi con il Vangelo, per stare davanti a Dio senza maschere. Un dono che la nostra società rumorosa e frenetica rende sempre più raro e sempre più necessario.

Francesco d'Assisi, nel suo Testamento, scrive: "E dopo che il Signore mi donò dei frati, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare; ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo". È questa, in fondo, la vocazione: scoprire, giorno dopo giorno, con l'aiuto della comunità e nella preghiera, la forma particolare che il Vangelo deve prendere nella nostra vita. Non c'è un modello unico, non c'è una strada tracciata in anticipo. C'è una chiamata personale, unica, irripetibile, che attende solo di essere ascoltata e accolta. Il nostro è il Dio che sempre sorprende e che, se glielo permettiamo, fa con noi cose grandi!

A Santa Maria della Dajna, su quelle colline di Marineo dove i frati continuano a pregare e ad attendere il Signore che viene, un gruppo di giovani ha fatto un passo su questa strada. Non l'ultimo, ma nemmeno il primo. Un passo del cammino, con la fiducia che chi ha iniziato l'opera buona la porterà a compimento.

 

"Santa è la terra che calpestiamo."

San Francesco d'Assisi


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