Di quelle donne che hanno attraversato il secolo scorso lasciando
un'impronta indelebile, Simone Veil appartiene a una categoria
particolarissima: quelle che hanno conosciuto l'inferno in gioventù e hanno
trasformato quella esperienza in una missione di civiltà. Non parliamo di
un'intellettuale che ha teorizzato la sofferenza altrui dalle comode poltrone
di qualche salotto parigino. Parliamo di una che l'abisso lo ha visto, toccato,
respirato.
Nata Jacob nel 1927 a Nizza, in una di quelle famiglie ebraiche francesi
perfettamente integrate, laiche, patriottiche fino al midollo, Simone aveva
sedici anni quando i tedeschi occuparono la zona libera. Sedici anni: l'età in
cui una ragazza dovrebbe preoccuparsi degli esami, del primo ballo, delle prime
cotte. Lei invece dovette preoccuparsi di sopravvivere. Arrestata con la madre
e le sorelle nel marzo del '44, fu deportata ad Auschwitz-Birkenau. Il padre e
il fratello Jean morirono nei campi. La madre morì di tifo a Bergen-Belsen
poche settimane prima della liberazione, quando ormai la salvezza era lì, a
portata di mano, in quella crudeltà aggiuntiva che solo la storia sa riservare.
Quando tornò in Francia, pesava trentacinque chili. Aveva diciotto anni e
l'infanzia era finita da un pezzo. Ma qui viene il primo miracolo della signora
Veil: non si chiuse nel dolore, non si fece schiacciare dal rancore. Riprese
gli studi, si iscrisse a Scienze Politiche, sposò Antoine Veil, ebbe tre figli.
Visse, insomma. E non una vita qualsiasi, ma una vita piena, operosa, costruttiva.
La carriera nella magistratura fu brillante ma ordinaria fino al 1974,
quando il neoeletto presidente Valéry Giscard d'Estaing – in uno di quei lampi
di genio che ogni tanto illuminano anche i politici – la volle come ministro
della Salute. Era la prima volta che una donna sedeva nel governo della Quinta
Repubblica. E non era lì per far numero o per accontentare qualche quota rosa
ante litteram. Aveva una missione precisa: legalizzare l'aborto.
Bisogna capire cosa significasse nel 1974. La Francia era ancora
profondamente cattolica, conservatrice, legata a valori che oggi ci sembrano
d'altri tempi. L'aborto clandestino mieteva vittime, le donne morivano nelle
mani di mammane improvvisate, ma la sola idea di toccarne la legislazione
faceva gridare allo scandalo. Serviva qualcuno con il coraggio di sfidare
l'opinione pubblica, la Chiesa, la destra più retriva. Serviva qualcuno che
avesse già guardato in faccia la morte e non ne avesse più paura.
Il 26 novembre 1974 Simone Veil salì alla tribuna dell'Assemblea Nazionale.
Elegante, composta, con quella voce ferma che non ammetteva repliche. Parlò per
un'ora davanti a una platea ostile, in un'aula dove risuonavano fischi e
insulti. "Nessuna donna ricorre all'aborto con leggerezza", disse. E
ancora: "È sempre un dramma e rimarrà sempre un dramma". Non fece la
militante femminista che esalta l'interruzione di gravidanza come una
conquista. Fece la donna che conosce il dolore, che sa cosa significa dover
scegliere in situazioni disperate. Parlò con l'autorità morale di chi ha visto
morire sua madre in un campo di concentramento e sa che la vita è sacra, ma sa
anche che non si può lasciare le donne sole di fronte a certe tragedie.
La legge passò. La chiamarono "legge Veil" e fu una delle riforme
più importanti della Francia del dopoguerra. Le costò attacchi feroci, lettere
di minacce, insulti che nessuna persona decente dovrebbe mai subire. Ma lei
tenne duro, con quella dignità che le veniva da dentro, da un'educazione
familiare che i nazisti avevano tentato di cancellare e che invece era
sopravvissuta più forte di prima.
Poi venne il sogno europeo. Nel 1979 fu eletta presidente del Parlamento
Europeo, la prima donna a ricoprire quella carica. E anche qui non fu una
presidenza simbolica. Lavorò con quella caparbietà silenziosa che era il suo
marchio di fabbrica, tessendo alleanze, costruendo consensi, convincendo i
dubbiosi che l'Europa unita non era un'utopia ma una necessità storica. Per una
che aveva conosciuto la guerra, l'Europa era l'unica risposta possibile alla barbarie
del nazionalismo.
Negli anni successivi continuò a essere una voce ascoltata, rispettata
anche da chi non condivideva le sue posizioni. Membro del Consiglio
Costituzionale, senatrice a vita, presenza costante nel dibattito pubblico
francese. Ma soprattutto testimone. Perché Simone Veil non dimenticò mai da
dove veniva, e considerò un dovere morale ricordare la Shoah alle nuove
generazioni. Parlò nelle scuole, scrisse le sue memorie, si batté contro ogni
forma di negazionismo.
C'è una foto che la ritrae negli anni Ottanta, davanti al Memoriale della
Shoah a Parigi. Ha lo sguardo perso lontano, come se vedesse cose che gli altri
non possono vedere. In quel volto c'è tutta la storia del Novecento: l'orrore,
la rinascita, la speranza. C'è la giovane deportata che avrebbe dovuto morire a
Birkenau e invece è diventata una delle donne più importanti d'Europa. C'è la
dimostrazione vivente che la civiltà può risorgere anche dalle ceneri più nere.
Quando morì nel 2017, a novant'anni, la Francia le tributò funerali
nazionali. E il presidente Macron decise di trasferire le sue ceneri al
Panthéon, il tempio laico della Repubblica francese, accanto a Voltaire,
Rousseau, Victor Hugo. Era la quinta donna ad entrare lì, ma la prima per
meriti propri, non perché moglie di qualcuno.
La critica più facile che si può muovere a Simone Veil è quella di non
essere stata abbastanza radicale, di aver sempre cercato il compromesso, di non
aver sfidato il sistema. Ma questa critica rivela solo l'incomprensione di chi
non ha capito niente della sua grandezza. Simone Veil non credeva nelle
rivoluzioni urlate, nei gesti eclatanti, nelle rotture traumatiche. Credeva nel
lavoro paziente, nella persuasione, nella conquista graduale di spazi di
libertà. Credeva nella politica come arte del possibile.
E in fondo è questo che la rende così attuale in un'epoca come la nostra,
dominata dagli estremismi urlati e dalle semplificazioni social. Simone Veil ci
ricorda che i veri cambiamenti non si ottengono con i tweet ma con la fatica
quotidiana, con la capacità di parlare agli avversari, con la forza delle
proprie ragioni espresse con fermezza ma senza arroganza.
Era una grande signora, nel senso più pieno del termine. Non nel senso
mondano di chi frequenta i salotti giusti, ma nel senso antico di chi ha una
statura morale che si impone da sola. Aveva attraversato l'inferno nazista e ne
era uscita senza odio, aveva combattuto battaglie durissime senza perdere la
compostezza, aveva conquistato posizioni di potere senza lasciarsi corrompere
dal potere.
La Francia ha avuto la fortuna di averla. E l'Europa pure. Perché Simone
Veil è stata la dimostrazione vivente che dopo Auschwitz era ancora possibile
costruire una civiltà basata sul diritto, sulla dignità umana, sulla libertà.
Una civiltà imperfetta, certo, piena di contraddizioni, ma infinitamente
migliore della barbarie che l'aveva preceduta.
Quando penso a lei, mi viene in mente una frase che le ho sentito dire in
un'intervista negli ultimi anni: "Non ho mai ceduto all'odio, perché
l'odio distrugge chi lo prova prima ancora di distruggere chi lo subisce".
Ecco, questo era Simone Veil. Una donna che aveva tutte le ragioni del mondo
per odiare e che invece ha scelto di costruire.

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