“L'Ordine degli Infimi, fra storia e leggenda” di Davide Romano

 

Nella sterminata costellazione degli ordini religiosi cattolici, vi sono nomi che hanno scolpito il loro posto nella storia e altri che, come la cenere al vento, si sono dispersi nell’oblio. Tra questi ultimi figura l’Ordine degli Infimi, una famiglia religiosa nata nel cuore della cristianità medievale e dissoltasi tra le pieghe del tempo, lasciando dietro di sé memorie scolorite, frammenti di cronache polverose e una leggenda più dura del ferro.

 

L’origine tra storia e leggenda

Correva l’anno del Signore 1257 quando, nelle foreste di Monte Uliveto, il beato Raniero da Volterra ebbe la visione che avrebbe segnato la sua esistenza e quella di coloro che lo avrebbero seguito. Figlio cadetto di una famiglia nobile, Raniero aveva rinunciato ai privilegi per abbracciare una vita di penitenza. Si racconta che una notte, nel silenzio della sua grotta, gli apparve Cristo coperto di piaghe che gli sussurrò: “Chiunque voglia seguire la mia via, si faccia il più piccolo tra i piccoli, l’ultimo tra gli ultimi, l’Infimo tra gli uomini”. Da quel momento, nacque in lui la consapevolezza di dover fondare un ordine che non fosse né mendicante né cavalleresco, ma dedito esclusivamente alla mortificazione e alla completa rinuncia del sé.

Le cronache, purtroppo frammentarie, riportano che papa Alessandro IV, benché perplesso di fronte alla severità della proposta, diede la sua approvazione verbale, definendoli “testimonianza estrema della fede cristiana”. La bolla ufficiale non arrivò mai, ma ciò non impedì a Raniero di raccogliere attorno a sé un gruppo di discepoli che, con un fanatismo al limite dell’umano, fecero della penitenza la loro missione.

 

Una regola più dura della pietra

Gli Infimi non possedevano nulla, non mendicavano, non parlavano. Il loro voto del silenzio era assoluto e, quando necessario, comunicavano per iscritto su tavolette di legno. Vestivano di un ruvido saio di lana grezza, si nutrivano una sola volta al giorno di legumi e pane raffermo e dormivano sulla nuda terra. Il loro motto, “Per crucem humilem ad gloriam”, sintetizzava la loro concezione della vita: attraverso la più totale umiliazione del corpo e dello spirito si poteva giungere alla vera gloria celeste.

Il loro regime di penitenza rasentava il martirio: l’autoflagellazione quotidiana, il digiuno estremo, l’obbligo di camminare scalzi anche in inverno e la privazione del sonno facevano parte della loro routine. Non costruivano conventi, ma si rifugiavano in grotte, foreste e ruderi abbandonati. Erano detti “gli uomini ombra” perché si muovevano di notte, evitando ogni contatto con il mondo. Se qualcuno li vedeva, abbassavano il capo e si ritiravano silenziosamente.

 

L’ascesa e la persecuzione

Malgrado l’estrema durezza della regola, l’Ordine degli Infimi crebbe rapidamente tra il XIII e il XIV secolo. I più ferventi tra i fedeli vedevano in loro il ritorno della Chiesa delle origini, pura e intransigente. Alcuni nobili cominciarono a proteggerli e a donare loro terre affinché vi si stabilissero, ma gli Infimi rifiutarono ogni possedimento, accettando solo il diritto d’uso temporaneo.

Nel 1311, papa Clemente V riconobbe ufficialmente l’Ordine con la bolla Humilitas in Christo, definendoli “testimoni della radicalità evangelica”. Tuttavia, questo riconoscimento fu di breve durata. Le autorità ecclesiastiche cominciarono a guardarli con sospetto: le loro pratiche estreme suscitavano perplessità, e alcuni vescovi li accusavano di eresia. In una lettera del 1372, il cardinale Pietro di Avignone scrisse: “Costoro non pregano in chiesa, non parlano, non si confessano: il loro silenzio nasconde superbia, non umiltà”.

Con l’avvento del Rinascimento, epoca di rinnovata fiducia nell’essere umano, l’Ordine degli Infimi appariva come un’anacronistica espressione di fanatismo medievale. Il colpo di grazia arrivò nel 1513, quando papa Leone X, con la bolla Apostolicae Moderationis, soppresse l’Ordine, dichiarandone le pratiche “contrarie alla natura umana e all’armonia della fede”. Gli Infimi furono dispersi: alcuni confluirono in altri ordini, altri tornarono alla vita laicale, altri ancora, testardi fino alla fine, si rifugiarono nelle montagne per continuare la loro esistenza di penitenza.

 

Un’ombra nella memoria

Oggi, dell’Ordine degli Infimi resta poco più di un’eco lontana. Nei villaggi della Toscana meridionale si racconta ancora di eremiti solitari che, nascosti nei boschi, vivrebbero ancora secondo la Regola. Alcuni sostengono che nei documenti vaticani siano celati i dettagli della loro soppressione, forse perché tra gli Infimi si nascondevano santi non canonizzati, martiri di un rigore che la Chiesa stessa non poté più accettare.

Le rovine del monastero di San Raniero, sebbene inghiottite dalla vegetazione, vengono ancora visitate da studiosi e curiosi. Alcuni giurano di aver visto, nelle notti di luna piena, figure silenziose vagare tra i ruderi, come se la storia non avesse mai veramente chiuso il libro su coloro che, nella loro ostinazione, cercarono la santità nell’annullamento di sé. Se la Chiesa li ha dimenticati, la leggenda li ha resi immortali.

 


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