Nella sterminata costellazione degli
ordini religiosi cattolici, vi sono nomi che hanno scolpito il loro posto nella
storia e altri che, come la cenere al vento, si sono dispersi nell’oblio. Tra
questi ultimi figura l’Ordine degli Infimi, una famiglia religiosa nata nel
cuore della cristianità medievale e dissoltasi tra le pieghe del tempo,
lasciando dietro di sé memorie scolorite, frammenti di cronache polverose e una
leggenda più dura del ferro.
L’origine tra storia e leggenda
Correva l’anno del Signore 1257 quando,
nelle foreste di Monte Uliveto, il beato Raniero da Volterra ebbe la visione
che avrebbe segnato la sua esistenza e quella di coloro che lo avrebbero
seguito. Figlio cadetto di una famiglia nobile, Raniero aveva rinunciato ai
privilegi per abbracciare una vita di penitenza. Si racconta che una notte, nel
silenzio della sua grotta, gli apparve Cristo coperto di piaghe che gli
sussurrò: “Chiunque voglia seguire la mia via, si faccia il più piccolo tra
i piccoli, l’ultimo tra gli ultimi, l’Infimo tra gli uomini”. Da quel
momento, nacque in lui la consapevolezza di dover fondare un ordine che non
fosse né mendicante né cavalleresco, ma dedito esclusivamente alla
mortificazione e alla completa rinuncia del sé.
Le cronache, purtroppo frammentarie,
riportano che papa Alessandro IV, benché perplesso di fronte alla severità
della proposta, diede la sua approvazione verbale, definendoli “testimonianza
estrema della fede cristiana”. La bolla ufficiale non arrivò mai, ma ciò non
impedì a Raniero di raccogliere attorno a sé un gruppo di discepoli che, con un
fanatismo al limite dell’umano, fecero della penitenza la loro missione.
Una regola più dura della pietra
Gli Infimi non possedevano nulla, non
mendicavano, non parlavano. Il loro voto del silenzio era assoluto e, quando
necessario, comunicavano per iscritto su tavolette di legno. Vestivano di un
ruvido saio di lana grezza, si nutrivano una sola volta al giorno di legumi e
pane raffermo e dormivano sulla nuda terra. Il loro motto, “Per crucem
humilem ad gloriam”, sintetizzava la loro concezione della vita: attraverso
la più totale umiliazione del corpo e dello spirito si poteva giungere alla
vera gloria celeste.
Il loro regime di penitenza rasentava
il martirio: l’autoflagellazione quotidiana, il digiuno estremo, l’obbligo di
camminare scalzi anche in inverno e la privazione del sonno facevano parte
della loro routine. Non costruivano conventi, ma si rifugiavano in grotte,
foreste e ruderi abbandonati. Erano detti “gli uomini ombra” perché si
muovevano di notte, evitando ogni contatto con il mondo. Se qualcuno li vedeva,
abbassavano il capo e si ritiravano silenziosamente.
L’ascesa e la persecuzione
Malgrado l’estrema durezza della
regola, l’Ordine degli Infimi crebbe rapidamente tra il XIII e il XIV secolo. I
più ferventi tra i fedeli vedevano in loro il ritorno della Chiesa delle
origini, pura e intransigente. Alcuni nobili cominciarono a proteggerli e a
donare loro terre affinché vi si stabilissero, ma gli Infimi rifiutarono ogni
possedimento, accettando solo il diritto d’uso temporaneo.
Nel 1311, papa Clemente V riconobbe
ufficialmente l’Ordine con la bolla Humilitas in Christo, definendoli “testimoni
della radicalità evangelica”. Tuttavia, questo riconoscimento fu di breve
durata. Le autorità ecclesiastiche cominciarono a guardarli con sospetto: le
loro pratiche estreme suscitavano perplessità, e alcuni vescovi li accusavano
di eresia. In una lettera del 1372, il cardinale Pietro di Avignone scrisse: “Costoro
non pregano in chiesa, non parlano, non si confessano: il loro silenzio
nasconde superbia, non umiltà”.
Con l’avvento del Rinascimento, epoca
di rinnovata fiducia nell’essere umano, l’Ordine degli Infimi appariva come
un’anacronistica espressione di fanatismo medievale. Il colpo di grazia arrivò
nel 1513, quando papa Leone X, con la bolla Apostolicae Moderationis,
soppresse l’Ordine, dichiarandone le pratiche “contrarie alla natura umana e
all’armonia della fede”. Gli Infimi furono dispersi: alcuni confluirono in
altri ordini, altri tornarono alla vita laicale, altri ancora, testardi fino
alla fine, si rifugiarono nelle montagne per continuare la loro esistenza di
penitenza.
Un’ombra nella memoria
Oggi, dell’Ordine degli Infimi resta
poco più di un’eco lontana. Nei villaggi della Toscana meridionale si racconta ancora
di eremiti solitari che, nascosti nei boschi, vivrebbero ancora secondo la
Regola. Alcuni sostengono che nei documenti vaticani siano celati i dettagli
della loro soppressione, forse perché tra gli Infimi si nascondevano santi non
canonizzati, martiri di un rigore che la Chiesa stessa non poté più accettare.
Le rovine del monastero di San
Raniero, sebbene inghiottite dalla vegetazione, vengono ancora visitate da
studiosi e curiosi. Alcuni giurano di aver visto, nelle notti di luna piena,
figure silenziose vagare tra i ruderi, come se la storia non avesse mai
veramente chiuso il libro su coloro che, nella loro ostinazione, cercarono la
santità nell’annullamento di sé. Se la Chiesa li ha dimenticati, la leggenda li
ha resi immortali.
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