"La madre contesa. Ovvero cosa dissero davvero Lutero e Calvino su Maria, come la pensano gli ortodossi e che cosa cattolici, protestanti e ortodossi riescono oggi a dirsi" di Davide Romano
Dove le Chiese si distinguono
Maria è
forse la figura che mostra più chiaramente quanto le tradizioni cristiane si
siano allontanate. Nelle chiese cattoliche vive nella liturgia, nelle immagini,
nei santuari e nella preghiera; in molte comunità nate dalla Riforma ha uno
spazio molto più ridotto. L’Oriente ortodosso venera la Madre di Dio al centro
della liturgia, ma dentro una tradizione teologica e spirituale diversa da
quella latina.
Si
racconta spesso che dopo le tesi di Martin Lutero a Wittenberg, nel 1517, Maria
sia sparita dalle chiese protestanti. Non andò così, o almeno non in un colpo
solo: il cambiamento fu graduale, diverso da territorio a territorio e non
sempre voluto dai riformatori. Per capirlo bisogna tenere separate le parole
dei protagonisti da ciò che venne dopo, ed evitare di mettere tutte le
tradizioni cristiane sotto un’unica etichetta.
In
queste pagine provo a ricostruire le ragioni storiche e teologiche delle
divergenze, senza attenuarle. Maria è stata spesso un segno d’identità contro
l’altro. Può essere anche il punto da cui ascoltare come ogni Chiesa legge la
Scrittura, celebra la fede e intende il rapporto fra la grazia di Dio e la
risposta dell’uomo.
Il
Cinquecento: che cosa dissero i riformatori
Il
testo da cui partire è il Commento al
Magnificat, scritto da Lutero tra il 1520 e il 1521 (la lettera di dedica è
del 10 marzo 1521). Non è l’opera di un nemico di Maria. Lutero la presenta
come l’esempio di chi riconosce che tutto viene dalla grazia: Dio guarda alla
sua umiltà e fa in lei cose grandi. Il commento si chiude con una preghiera a
Cristo, perché conceda di comprendere bene il cantico per l’intercessione della
sua cara madre Maria.
Anche
altrove Lutero parla di Maria con rispetto. Nel 1522 commentò l’Ave Maria
soprattutto come lode a Dio per ciò che aveva compiuto in lei, e mantenne
alcune feste mariane: l’Annunciazione, la Visitazione e la Purificazione. Gli
studiosi gli attribuiscono anche la fede nella verginità perpetua di Maria e
nella sua divina maternità. Ciò che temeva era che la devozione finisse per
oscurare Cristo, unico mediatore e redentore.
La
posizione di Lutero, però, non coincide con quella di tutte le comunità
luterane venute dopo, e tanto meno con quella dell’intero mondo protestante.
Huldrych Zwingli rifiutò la preghiera rivolta a Maria, eppure ne parlò in
termini alti e sostenne la verginità perpetua e il titolo di Madre di Dio.
Giovanni Calvino fu più guardingo: accettò la verginità perpetua, ma diffidò di
certi titoli e pratiche che gli sembravano aprire la strada alla superstizione.
Il suo Traité des reliques (1543)
colpisce soprattutto il commercio e la moltiplicazione delle reliquie, a
cominciare dai frammenti della croce e dal latte della Vergine, e non la figura
evangelica di Maria.
Il
cambiamento più profondo arrivò col tempo. Lo studio di Beth Kreitzer sulle
prediche luterane del Cinquecento mostra che tra il 1520 e il 1580 Maria viene
presentata sempre più come una figura umana, che accoglie la Parola, modello
del credente. In alcune letture la sua fallibilità emerge con più chiarezza; in
molte comunità le preghiere rivolte a lei e il rosario vengono abbandonati a
poco a poco. Fu un processo storico e teologico, con esiti diversi nelle varie
Chiese della Riforma, e non uno strappo.
La
risposta cattolica e i dogmi moderni
La
Riforma fece della devozione mariana un tratto distintivo dell’identità
cattolica. Nei secoli seguenti teologia e pietà popolare continuarono a
svilupparsi, fino alle due definizioni dogmatiche dell’età moderna:
l’Immacolata Concezione, proclamata da Pio IX nel 1854 con la bolla Ineffabilis Deus, e l’Assunzione al
cielo, definita da Pio XII il 1° novembre 1950 con la costituzione apostolica Munificentissimus Deus.
Prima
di definire l’Assunzione Pio XII aveva consultato l’episcopato mondiale con la
lettera Deiparae Virginis Mariae
(1946). La proclamazione del 1950 incontrò comunque obiezioni in ambienti
anglicani, dove si contestava soprattutto che una dottrina non condivisa da
tutte le Chiese potesse essere definita dal papa in quel modo. Il Concilio
Vaticano II collocò Maria dentro la costituzione sulla Chiesa, Lumen gentium, legandola così al mistero
di Cristo e alla comunità dei credenti.
Le
differenze restano. Le tradizioni riformate osservano che il Nuovo Testamento
dice poco della vita di Maria, e temono che la devozione vada oltre la
testimonianza biblica o offuschi l’unicità di Cristo. I cattolici leggono nel
saluto dell’angelo e nel Magnificat, «tutte le generazioni mi chiameranno
beata» (Lc 1,48), il fondamento biblico di una venerazione che la dottrina
cattolica distingue dall’adorazione, dovuta soltanto a Dio. Il problema,
allora, non è quanto Maria conti, ma come si interpretino la Scrittura, la
Tradizione e lo sviluppo della dottrina.
La
terza voce: l’Oriente ortodosso
Il
confronto non è soltanto fra cattolici e protestanti. Le Chiese ortodosse non
hanno vissuto né la Riforma né la risposta cattolica ad essa, e la loro
tradizione mariana affonda nella liturgia e nella teologia dei primi secoli.
Il
riferimento centrale è il concilio di Efeso, nel 431, che riconobbe a Maria il
titolo di Theotokos, «colei che
genera Dio», comunemente tradotto «Madre di Dio». La disputa riguardava prima
di tutto Cristo: il titolo affermava l’unità della sua persona, vero Dio e vero
uomo, e non serviva a isolare Maria dal Figlio. Gli ortodossi condividono anche
il titolo di Aeiparthenos, «sempre
vergine», e nella liturgia invocano Maria come Panagia, «tutta santa».
Maria
attraversa tutto l’anno liturgico ortodosso, con particolare rilievo per
l’Annunciazione e la Dormizione, che si celebra il 15 agosto. La Dormizione
professa che Maria ha concluso la vita terrena ed è stata accolta nella gloria
del cielo: una fede vicina, per molti aspetti, a quella cattolica
nell’Assunzione. Le differenze riguardano il modo in cui la dottrina è stata formulata
e definita, e l’autorità con cui è stata proclamata.
L’Immacolata
Concezione, dogma cattolico dal 1854, non è accolta dalla maggior parte degli
ortodossi. Non per minore venerazione: l’Oriente chiama Maria «tutta pura» e la
ritiene libera dal peccato personale. Pesano però un diverso modo di intendere
il peccato originale e la riserva verso una definizione papale presa da sola.
Non esiste del resto una formulazione ortodossa unica e definitiva su ogni
aspetto della questione. Lo stesso vale per l’Assunzione: la fede nella
Dormizione è antica e largamente condivisa, mentre il linguaggio dogmatico
latino e la forma della definizione del 1950 non vengono recepiti allo stesso
modo.
I
rapporti fra Oriente e Riforma sono meno noti, ma istruttivi. Tra il 1573 e il
1581 alcuni teologi luterani dell’Università di Tubinga scrissero al patriarca
di Costantinopoli Geremia II, mandandogli una traduzione greca della
Confessione di Augusta. Nel 1576 il patriarca rispose con una valutazione
critica, difendendo tra l’altro la venerazione dei santi e delle icone e la
preghiera per i defunti. Lo scambio si chiuse nel 1581, soprattutto per il
disaccordo sul ruolo dei Padri della Chiesa nell’interpretazione della
Scrittura. Maria non fu un tema di scontro a parte, ma la vicenda fa vedere che
il modo di intenderla dipende da questioni più ampie: la Tradizione, la
liturgia, l’autorità nella Chiesa.
Anche
in tempi recenti la voce ortodossa è entrata nel dialogo mariano: al documento
anglicano-cattolico Mary: Grace and Hope
in Christ (2005) sono seguite risposte di teologi ortodossi. Un confronto
su Maria non può fermarsi a due posizioni occidentali.
Dal Novecento a oggi
Nel
Novecento Karl Barth espresse con particolare durezza la distanza fra certe
posizioni protestanti e la mariologia cattolica. Nella Dogmatica ecclesiale (I/2) definì la mariologia cattolica
un’escrescenza, una costruzione malata del pensiero teologico, perché
attribuiva alla creatura una parte nella redenzione e così, a suo avviso,
metteva in discussione il primato della grazia. Il titolo di Madre di Dio,
però, non lo respinse: lo giudicò sensato, lecito e necessario come
proposizione cristologica, benché appesantito dalla mariologia cattolica. Anche
qui la sua posizione è meno semplice di un rifiuto.
Dagli
anni Sessanta le occasioni di confronto si sono moltiplicate. Nel 1963 Max
Thurian, della comunità di Taizé, pubblicò Mary,
Mother of All Christians, un libro sulla figura di Maria in chiave
ecumenica. Nel 1978 un gruppo di studiosi cattolici e protestanti diede alle
stampe Mary in the New Testament,
frutto di un lavoro comune su come i testi del Nuovo Testamento parlano della
madre di Gesù.
Un
passaggio importante è Mary: Grace and
Hope in Christ, della Commissione internazionale anglicana-cattolica (ARCIC),
concluso a Seattle nel 2004 e pubblicato nel 2005. Non è una definizione
vincolante per le due comunioni, ma una dichiarazione di dialogo che cerca di
dire che cosa cattolici e anglicani possono affermare insieme. Ribadisce che
Cristo è l’unico mediatore, riconosce Maria come Madre di Dio incarnato e
modello di fede, obbedienza e santità, e affronta le divergenze sui dogmi del
1854 e del 1950. Conta anche per il metodo: leggere insieme le Scritture,
inserirle nella tradizione antica, ascoltare sul serio le ragioni dell’altro.
Comunità
e luoghi di riavvicinamento
Accanto
al dialogo dei teologi ci sono esperienze di vita spirituale in cui Maria viene
avvicinata in modi diversi senza diventare per forza un ostacolo all’incontro.
Taizé
nacque attorno a frère Roger Schutz, pastore riformato svizzero, che si stabilì
nel villaggio della Borgogna nel 1940. Oggi è una comunità ecumenica di
preghiera e di accoglienza. Le differenze fra le tradizioni non spariscono, ma
in luoghi come questo la Madre di Gesù può essere contemplata dentro una
spiritualità di riconciliazione.
Un’altra
comunità è quella di Grandchamp, presso Neuchâtel, di origine riformata
svizzera e legata a Taizé: una vita monastica ecumenica, con donne provenienti
da Chiese e Paesi diversi. In Baviera la Communität Christusbruderschaft di
Selbitz, nata nel secondo dopoguerra in ambiente luterano, vive i consigli
evangelici di povertà, castità e obbedienza. Non sono comunità mariane in senso
cattolico, ma mostrano che preghiera, vita comune e ascolto della Parola
possono creare spazi d’incontro fra cristiani separati.
Un caso
a parte è Walsingham, in Inghilterra. Secondo la tradizione il santuario
mariano risale all’XI secolo; dopo la distruzione del luogo di culto durante la
Riforma, il pastore anglicano Alfred Hope Patten promosse nel 1931 la
ricostituzione di un santuario anglicano. Poco lontano sorge il santuario
nazionale cattolico della Slipper Chapel. Due luoghi di pellegrinaggio di
tradizioni diverse rendono visibile una memoria insieme condivisa e divisa.
Il
dialogo passa anche da incontri pubblici. Nel 2021, a cinquecento anni dal Commento al Magnificat, il vescovo
cattolico Luigi Testore e il pastore valdese Paolo Ricca ne hanno parlato
insieme in un incontro online promosso dalla diocesi di Acqui, dedicato al
cantico di Maria. Una pagina nata in piena polemica si rilegge così, cinque
secoli dopo, in due voci.
Il nodo che resta: «Corredentrice» e
«Mediatrice»
Le
convergenze non cancellano le divergenze. Da qualche decennio una parte del
mondo cattolico chiede che siano definiti dogmi i titoli «Corredentrice» e
«Mediatrice di tutte le grazie». Il movimento Vox Populi Mariae Mediatrici ha
raccolto petizioni; le cifre delle firme date dai promotori, però, non sono
verificabili in modo indipendente.
Il 4
novembre 2025 il Dicastero per la Dottrina della Fede ha pubblicato la nota Mater Populi fidelis, approvata da Leone
XIV il 7 ottobre. Chiede di precisare il posto di Maria alla luce dell’unica
mediazione di Cristo; giudica «Corredentrice» un titolo inappropriato, perché
rischia di oscurare quella centralità, ed esprime riserve su «Mediatrice di
tutte le grazie». Suggerisce di preferire espressioni legate alla maternità di
Maria, come Madre dei credenti e Madre del popolo fedele. La nota non nega la
cooperazione singolare di Maria all’opera della salvezza: vuole indicare come
parlarne senza compromettere la fede nell’unico Redentore.
La nota
ha incontrato critiche anche in campo cattolico: l’8 dicembre 2025 la
commissione teologica dell’Associazione mariana internazionale ne ha chiesto un
riesame, e alcuni mariologi hanno espresso riserve. La questione, quindi, non
oppone semplicemente i cattolici alle altre confessioni, perché attraversa la
stessa Chiesa cattolica. Per quanto ho potuto verificare, non ci sono prese di
posizione ufficiali ortodosse o protestanti dedicate alla nota, e non è
corretto attribuire loro giudizi che non hanno espresso.
Un cantico in comune
Alla
fine resta un’immagine che le Chiese hanno in comune: il Magnificat, il cantico
che il Vangelo di Luca mette sulle labbra di Maria. Lutero lo commentò con
grande partecipazione e giudicava lodevole che la Chiesa lo cantasse ogni
giorno al vespro; nella tradizione ortodossa risuona nel mattutino. Le parole
sono le stesse, anche se vengono accolte in tempi, lingue e contesti diversi.
Maria
continua a dividere perché i cristiani temono di dire di lei troppo o troppo
poco. Lutero temeva che la devozione oscurasse Cristo. Nella tradizione
cattolica prevale spesso il timore opposto: che una lettura troppo ridotta non
renda giustizia alla testimonianza biblica e alla memoria della Chiesa. Gli
ortodossi, dal canto loro, ricordano che il titolo di Theotokos parla in primo luogo di Cristo.
Sono
timori diversi, e nessuna formula basta a superarli. Si possono però ascoltare
senza caricature. Il dialogo ecumenico non chiede di cancellare le differenze
né di fingere un consenso che non c’è: chiede di distinguere ciò che divide da
ciò che è condiviso, di riconoscere la fede dell’altro e di continuare a
cercare la verità nella carità. Su Maria il cammino verso l’unità può
cominciare da qui, con ciascuno nella propria tradizione davanti allo stesso
cantico di lode.
Riferimenti bibliografici essenziali
Fonti
primarie e documenti
·
Martin Lutero, Commento al Magnificat (1521),
traduzione italiana consultabile online:
https://www.piacenza.chiesavaldese.org/files/commentomagnificat.pdf
·
Giovanni Calvino, Sulle reliquie, Mimesis, collana «Minima
Volti», 2010 (originale francese Traité
des reliques, 1543).
·
Pio IX, Ineffabilis Deus (1854).
·
Pio XII, Deiparae Virginis Mariae (1946); Munificentissimus Deus (1° novembre
1950).
·
Concilio Vaticano II,
costituzione dogmatica Lumen gentium,
cap. VIII.
·
Commissione internazionale
anglicana-cattolica (ARCIC), Mary: Grace
and Hope in Christ (Seattle 2004; pubblicato nel 2005).
·
Dicastero per la Dottrina
della Fede, Mater Populi fidelis.
Nota dottrinale su alcuni titoli mariani riferiti alla cooperazione di Maria
all’opera della salvezza, 4 novembre 2025.
Studi in italiano
·
Jaroslav Pelikan, Maria nei secoli, trad. di Nerina
Rodinò, Città Nuova, 1999 (ed. originale: Mary
Through the Centuries, Yale University Press, 1996).
·
Gruppo di Dombes, Maria. Nel disegno di Dio e nella comunione
dei santi, trad. di Emanuela Cosentino, Qiqajon, Bose 1998.
·
Mervat Kelli, Adriana
Valerio, Nicole Grochowina, La Madre di
Dio. Maria nelle confessioni cristiane, 2022 (ISBN 978-88-9222-956-3).
·
Giancarlo Pani, «Il
Magnificat e Lutero», La Civiltà
Cattolica, 2017, II, pp. 236-248 (quaderno 4005).
Studi in altre lingue
·
Beth Kreitzer, Reforming Mary: Changing Images of the
Virgin Mary in Lutheran Sermons of the Sixteenth Century, Oxford University
Press, 2004.
·
Raymond E. Brown, Karl P.
Donfried, Joseph A. Fitzmyer, John Reumann (a cura di), Mary in the New Testament, Fortress Press / Paulist Press, 1978.
·
Max Thurian, Mary: Mother of All Christians, Herder
and Herder, 1963.
·
Kallistos Ware, «The
Sanctity and Glory of the Mother of God: Orthodox Approaches», The Way, Supplement 51 (1984), pp.
79-96.
·
Georges Florovsky,
«Patriarch Jeremiah II and the Lutheran Divines», in Christianity and Culture, Collected Works, vol. 2, Nordland,
Belmont (Mass.) 1974, cap. VII.
·
Mario Baghos, «The Fathers
of the Church, the Reformation, and the Failed Attempts at Union between the
Tübingen Theologians and the Patriarchate of Constantinople: A Broad
Perspective», Religions, 15 (7),
2024, art. 831.
Risorse
istituzionali e approfondimenti
·
Vaticano, testo ufficiale
di Mater Populi fidelis:
https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_ddf_doc_20251104_mater-populi-fidelis_it.html
·
ARCIC, Mary: Grace and Hope in Christ, risorsa
del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani:
https://www.christianunity.va/content/unitacristiani/en/dialoghi/sezione-occidentale/comunione-anglicana/dialogo/arcic-ii/en.html
·
Per il dialogo fra i
teologi di Tubinga e il patriarca Geremia II: George Mastrantonis (trad.), Augsburg and Constantinople: The
Correspondence between the Tübingen Theologians and Patriarch Jeremiah II of
Constantinople on the Augsburg Confession, Holy Cross Orthodox Press, 1982.

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