"Una lettera da Canterbury" di Davide Romano



Un piccolo segno di riconoscimento per un cammino di amicizia, studio e dialogo con la Chiesa d'Inghilterra

 

Ci sono lettere che arrivano attraverso un indirizzo istituzionale, ma che finiscono per parlare di qualcosa di molto più personale. È accaduto qualche giorno fa, quando ho ricevuto una risposta da Lambeth Palace, la sede londinese dell'Arcivescovo di Canterbury.

Avevo scritto alla nuova Arcivescova di Canterbury, Dame Sarah Mullally, per esprimerle la mia gioia per il suo ministero e, soprattutto, per raccontarle qualcosa del particolare rapporto che, nel corso degli anni, ho maturato con la Chiesa d'Inghilterra.

La risposta non è arrivata direttamente dall'Arcivescova, come è comprensibile considerato il numero di messaggi che riceve quotidianamente. A scrivermi è stata Jessica Hershaw-McClellan, Correspondence Manager to the Archbishop of Canterbury, a nome dell'Arcivescova.

È stata però una risposta che ho accolto con gratitudine.

Non tanto per il suo carattere istituzionale, quanto per le parole con cui viene riconosciuto qualcosa che per me non è mai stato soltanto un interesse intellettuale.

Nella lettera si parla della mia “affection for the Church of England”, del mio impegno per l'“ecumenical friendship” e delle esperienze vissute negli anni con le comunità anglicane in Italia e nel Regno Unito.

Sono parole semplici, ma per me hanno un significato particolare.

Perché quel rapporto non nasce oggi.

 

Un'amicizia coltivata negli anni

Sono giornalista e da molti anni mi occupo di cristianesimo, ecumenismo, dialogo interreligioso e vita delle Chiese. Ma l'interesse per la tradizione anglicana non è mai rimasto confinato allo studio.

A Palermo, la mia città, ho avuto modo di conoscere e frequentare la comunità anglicana e di collaborare con il reverendo Russell Ruffino. È nata nel tempo una relazione fatta di cordialità, collaborazione, stima e amicizia.

Esperienze analoghe le ho vissute anche in altre città italiane, come Napoli e Roma, e durante i miei soggiorni nel Regno Unito ho avuto occasione di frequentare diverse chiese anglicane.

Così, lentamente, la Chiesa d'Inghilterra è diventata per me qualcosa di più di una realtà ecclesiale osservata da lontano.

È diventata una presenza familiare.

Non significa confondere le tradizioni, né ignorarne le differenze. Al contrario, credo che il vero ecumenismo nasca proprio dalla capacità di conoscersi senza paura, di riconoscere ciò che ci distingue e, nello stesso tempo, di scoprire ciò che già ci unisce.

 

Dallo studio all'incontro

Negli anni ho cercato di coltivare questo rapporto anche attraverso lo studio.

All'interno del mio percorso teologico ho approfondito temi legati all'ecumenismo e alle diverse tradizioni cristiane. Ma più passa il tempo, più mi convinco che l'ecumenismo non possa essere soltanto una materia accademica.

I libri sono importanti. Le conferenze sono importanti. I documenti delle Chiese sono importanti.

Ma poi ci sono i volti.

Ci sono le persone incontrate, le conversazioni, le celebrazioni condivise, le amicizie che nascono magari inaspettatamente. E ci sono le porte delle chiese che si aprono e nelle quali, pur appartenendo a una tradizione diversa, si può entrare con rispetto e con un sentimento di familiarità.

È questa, forse, la forma di ecumenismo che sento più profondamente.

Un ecumenismo fatto anche di piccoli gesti quotidiani.

 

Il Book of Common Prayer

Nella risposta ricevuta da Lambeth Palace viene ricordato anche un particolare al quale sono particolarmente legato: il Book of Common Prayer.

Da molti anni alcune delle sue preghiere fanno parte della mia preghiera personale.

Non è soltanto un testo liturgico che ho studiato. È diventato, in qualche modo, una voce familiare.

C'è una preghiera che ritorna spesso alla mia mente: quella che invoca per tutti coloro che professano e si chiamano cristiani la possibilità di essere condotti nella via della verità e di custodire la fede nell'unità dello spirito e nel vincolo della pace.

È una preghiera che sento profondamente mia.

Perché, al di là delle differenze confessionali, indica una direzione: la ricerca della verità insieme alla ricerca della pace.

 

Un riconoscimento che viene da lontano

Forse è proprio questo l'aspetto della lettera che mi ha colpito maggiormente.

Quelle poche righe non rappresentano soltanto una risposta a una mia email.

Le ho percepite come un piccolo riconoscimento di un rapporto coltivato negli anni.

Un rapporto costruito attraverso lo studio e il giornalismo, ma soprattutto attraverso gli incontri; attraverso la collaborazione con le comunità anglicane; attraverso l'ascolto reciproco; attraverso la preghiera e l'amicizia.

Non ho mai pensato all'ecumenismo come a una semplice diplomazia tra istituzioni ecclesiali.

Credo piuttosto che l'ecumenismo cominci quando un cristiano riesce a guardare un altro cristiano e a riconoscere, prima delle differenze, un fratello.

È qualcosa che ho imparato soprattutto incontrando le persone.

E forse è proprio per questo che, entrando in una chiesa anglicana, non mi sono mai sentito completamente estraneo.

Entro da cattolico, naturalmente. Ma entro anche con la sensazione di incontrare qualcosa che mi è familiare.

 

“You are in our prayers”

La conclusione della lettera è stata per me particolarmente significativa.

Mi viene assicurato che l'Arcivescova Sarah e il suo entourage ricordano nella preghiera il mio cammino.

È una frase discreta, istituzionale, quasi semplice.

Eppure l'ho accolta con gratitudine.

Perché la preghiera è forse il punto nel quale l'ecumenismo può raggiungere la sua forma più autentica.

Possiamo discutere di teologia, confrontare tradizioni, studiare documenti, parlare delle differenze ecclesiologiche. Ma quando un cristiano dice a un altro cristiano: “Ti ricordiamo nella preghiera”, qualcosa di essenziale è già accaduto.

È già un gesto di comunione.

E così quella lettera arrivata da Londra mi ha fatto pensare a quanto sia importante continuare a coltivare quei legami che magari nascono in modo quasi casuale e che, con il passare degli anni, diventano parte della nostra storia.

La Chiesa d'Inghilterra è entrata nella mia storia attraverso i libri, la liturgia, le comunità incontrate, le amicizie e il dialogo.

E oggi, da Palermo, continuo a guardare a Canterbury con rispetto e affetto.

Con la convinzione che l'unità dei cristiani non sia soltanto un traguardo lontano da raggiungere, ma qualcosa che possiamo già cominciare a vivere attraverso la conoscenza, la collaborazione, l'amicizia e la preghiera.

Come scrive il Vangelo di Giovanni, nelle parole della preghiera di Gesù: “Perché tutti siano una cosa sola”.

È una preghiera ancora da compiere pienamente.

Ma forse ogni amicizia sincera tra cristiani appartenenti a Chiese diverse è già un piccolo passo verso quella unità.

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