Un piccolo segno di
riconoscimento per un cammino di amicizia, studio e dialogo con la Chiesa
d'Inghilterra
Ci sono lettere che arrivano
attraverso un indirizzo istituzionale, ma che finiscono per parlare di qualcosa
di molto più personale. È accaduto qualche giorno fa, quando ho ricevuto una
risposta da Lambeth Palace, la sede londinese dell'Arcivescovo di Canterbury.
Avevo scritto alla nuova Arcivescova
di Canterbury, Dame Sarah Mullally, per esprimerle la mia gioia per il
suo ministero e, soprattutto, per raccontarle qualcosa del particolare rapporto
che, nel corso degli anni, ho maturato con la Chiesa d'Inghilterra.
La risposta non è arrivata
direttamente dall'Arcivescova, come è comprensibile considerato il numero di
messaggi che riceve quotidianamente. A scrivermi è stata Jessica
Hershaw-McClellan, Correspondence Manager to the Archbishop of Canterbury, a nome
dell'Arcivescova.
È stata però una risposta che ho
accolto con gratitudine.
Non tanto per il suo carattere
istituzionale, quanto per le parole con cui viene riconosciuto qualcosa che per
me non è mai stato soltanto un interesse intellettuale.
Nella lettera si parla della mia “affection
for the Church of England”, del mio impegno per l'“ecumenical
friendship” e delle esperienze vissute negli anni con le comunità anglicane
in Italia e nel Regno Unito.
Sono parole semplici, ma per me hanno
un significato particolare.
Perché quel rapporto non nasce oggi.
Un'amicizia coltivata negli anni
Sono giornalista e da molti anni mi
occupo di cristianesimo, ecumenismo, dialogo interreligioso e vita delle
Chiese. Ma l'interesse per la tradizione anglicana non è mai rimasto confinato
allo studio.
A Palermo, la mia città, ho avuto
modo di conoscere e frequentare la comunità anglicana e di collaborare con il
reverendo Russell Ruffino. È nata nel tempo una relazione fatta di cordialità,
collaborazione, stima e amicizia.
Esperienze analoghe le ho vissute
anche in altre città italiane, come Napoli e Roma, e durante i miei soggiorni
nel Regno Unito ho avuto occasione di frequentare diverse chiese anglicane.
Così, lentamente, la Chiesa
d'Inghilterra è diventata per me qualcosa di più di una realtà ecclesiale
osservata da lontano.
È diventata una presenza familiare.
Non significa confondere le
tradizioni, né ignorarne le differenze. Al contrario, credo che il vero
ecumenismo nasca proprio dalla capacità di conoscersi senza paura, di
riconoscere ciò che ci distingue e, nello stesso tempo, di scoprire ciò che già
ci unisce.
Dallo studio all'incontro
Negli anni ho cercato di coltivare
questo rapporto anche attraverso lo studio.
All'interno del mio percorso
teologico ho approfondito temi legati all'ecumenismo e alle diverse tradizioni
cristiane. Ma più passa il tempo, più mi convinco che l'ecumenismo non possa
essere soltanto una materia accademica.
I libri sono importanti. Le
conferenze sono importanti. I documenti delle Chiese sono importanti.
Ma poi ci sono i volti.
Ci sono le persone incontrate, le
conversazioni, le celebrazioni condivise, le amicizie che nascono magari
inaspettatamente. E ci sono le porte delle chiese che si aprono e nelle quali,
pur appartenendo a una tradizione diversa, si può entrare con rispetto e con un
sentimento di familiarità.
È questa, forse, la forma di
ecumenismo che sento più profondamente.
Un ecumenismo fatto anche di piccoli
gesti quotidiani.
Il Book of Common Prayer
Nella risposta ricevuta da Lambeth
Palace viene ricordato anche un particolare al quale sono particolarmente
legato: il Book of Common Prayer.
Da molti anni alcune delle sue
preghiere fanno parte della mia preghiera personale.
Non è soltanto un testo liturgico che
ho studiato. È diventato, in qualche modo, una voce familiare.
C'è una preghiera che ritorna spesso
alla mia mente: quella che invoca per tutti coloro che professano e si chiamano
cristiani la possibilità di essere condotti nella via della verità e di
custodire la fede nell'unità dello spirito e nel vincolo della pace.
È una preghiera che sento
profondamente mia.
Perché, al di là delle differenze
confessionali, indica una direzione: la ricerca della verità insieme alla
ricerca della pace.
Un riconoscimento che viene da lontano
Forse è proprio questo l'aspetto
della lettera che mi ha colpito maggiormente.
Quelle poche righe non rappresentano
soltanto una risposta a una mia email.
Le ho percepite come un piccolo
riconoscimento di un rapporto coltivato negli anni.
Un rapporto costruito attraverso lo
studio e il giornalismo, ma soprattutto attraverso gli incontri; attraverso la
collaborazione con le comunità anglicane; attraverso l'ascolto reciproco;
attraverso la preghiera e l'amicizia.
Non ho mai pensato all'ecumenismo
come a una semplice diplomazia tra istituzioni ecclesiali.
Credo piuttosto che l'ecumenismo
cominci quando un cristiano riesce a guardare un altro cristiano e a
riconoscere, prima delle differenze, un fratello.
È qualcosa che ho imparato
soprattutto incontrando le persone.
E forse è proprio per questo che,
entrando in una chiesa anglicana, non mi sono mai sentito completamente
estraneo.
Entro da cattolico, naturalmente. Ma
entro anche con la sensazione di incontrare qualcosa che mi è familiare.
“You are in our prayers”
La conclusione della lettera è stata
per me particolarmente significativa.
Mi viene assicurato che l'Arcivescova
Sarah e il suo entourage ricordano nella preghiera il mio cammino.
È una frase discreta, istituzionale,
quasi semplice.
Eppure l'ho accolta con gratitudine.
Perché la preghiera è forse il punto
nel quale l'ecumenismo può raggiungere la sua forma più autentica.
Possiamo discutere di teologia,
confrontare tradizioni, studiare documenti, parlare delle differenze
ecclesiologiche. Ma quando un cristiano dice a un altro cristiano: “Ti
ricordiamo nella preghiera”, qualcosa di essenziale è già accaduto.
È già un gesto di comunione.
E così quella lettera arrivata da
Londra mi ha fatto pensare a quanto sia importante continuare a coltivare quei
legami che magari nascono in modo quasi casuale e che, con il passare degli
anni, diventano parte della nostra storia.
La Chiesa d'Inghilterra è entrata
nella mia storia attraverso i libri, la liturgia, le comunità incontrate, le
amicizie e il dialogo.
E oggi, da Palermo, continuo a
guardare a Canterbury con rispetto e affetto.
Con la convinzione che l'unità dei
cristiani non sia soltanto un traguardo lontano da raggiungere, ma qualcosa che
possiamo già cominciare a vivere attraverso la conoscenza, la collaborazione, l'amicizia
e la preghiera.
Come scrive il Vangelo di Giovanni, nelle parole della preghiera di Gesù: “Perché tutti siano una cosa sola”.
È una preghiera ancora da compiere
pienamente.
Ma forse ogni amicizia sincera tra
cristiani appartenenti a Chiese diverse è già un piccolo passo verso quella
unità.

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