"Il segreto dietro la dispensa. Una sera d'estate con don Corrado Lorefice al convento di San Francesco d'Assisi a Palermo" di Davide Romano
Ci sono incontri che non hanno bisogno di grandi cerimonie. Accadono in punta di piedi, dentro la normalità di una sera d'estate, e proprio per questo rimangono impressi nella memoria.
Una sera del mese di luglio il nostro arcivescovo, monsignor Corrado Lorefice, è venuto a cena nella nostra comunità presso il convento di San Francesco d'Assisi, a Palermo. Non è arrivato con l'aria di chi entra in una casa per ricevere omaggi, ma con lo stile semplice di chi desidera condividere un momento di fraternità.
Ad attenderlo sulla soglia c'era la comunità intera, con a capo fra' Salvino Pulizzotto, ministro provinciale dei Frati Minori Conventuali di Sicilia e Calabria, che ha voluto custodire il carattere familiare di questo incontro. Non una visita ufficiale, ma un momento di comunione tra fratelli: il pastore della Chiesa palermitana accolto in una casa francescana, in quello stile semplice che appartiene alla tradizione del Poverello di Assisi — lui che ai suoi frati raccomandava di accogliere ogni ospite «come se fosse Cristo stesso» (Regola non bollata, cap. VII).
Accanto a monsignor Lorefice il suo solerte segretario, don Daniele Comito, discreto e attento, quasi un custode dei suoi tempi e delle sue giornate.
Don Corrado si è presentato così come molti lo conoscono: senza formalità, con una semplice croce di legno al collo, pantaloni e un clergyman a maniche corte. Un abito semplice, quasi a dire che prima ancora del ruolo viene la persona.
L'arcivescovo non ha fatto passaggi frettolosi: guidato da fra' Salvino tra i frati, si è fermato a salutare ciascuno personalmente, uno per uno, con quella cura che spesso manca nei nostri incontri quotidiani. Uno sguardo, una parola, un sorriso. Piccoli gesti che raccontano più di molti discorsi.
Poi il refettorio. La preghiera dei Vespri guidata da lui, quindi la cena, con quella gioia semplice che appartiene alla tradizione francescana: il gusto dello stare insieme, la fraternità vissuta senza sovrastrutture, la tavola come luogo di comunione. Fra' Salvino e la comunità avevano saputo creare, fin da quel primo saluto sulla soglia, quel clima di famiglia dove anche un vescovo può sentirsi semplicemente un fratello tra fratelli.
Dopo cena siamo saliti in terrazza per cercare un po' di sollievo dalla calura di una giornata estiva. Ed è lì, nella semplicità di una sera trascorsa insieme, che è emerso il volto più umano del nostro arcivescovo.
Non c'era più soltanto il pastore chiamato a guidare una delle diocesi più complesse e impegnative d'Italia. C'era un uomo che raccontava la propria vita, le proprie fatiche, le proprie gioie. Ci ha parlato delle sue giornate intense, delle responsabilità che gravano sulle spalle di un vescovo, delle tante richieste che arrivano continuamente. Ma poi ci ha confidato quello che lui stesso ha definito, in qualche modo, il suo segreto.
Una cosa semplice e difficilissima: custodire una costante intimità con il Signore. Una preghiera ostinata, cercata anche quando le giornate sembrano non lasciare spazio. Un rapporto con Dio difeso dentro il caos degli impegni, delle emergenze, degli incontri.
Mentre parlava, la sua voce sembrava incrinarsi per la commozione. Non stava facendo una lezione spirituale: stava raccontando una necessità interiore. Stava parlando del suo personale rapporto con l'Amato.
Ci ha detto che viviamo in un tempo dominato dall'io, un io che rischia di diventare distruttore quando mette se stesso al centro di tutto, anche fra i cristiani, anche nella vita religiosa, anche tra coloro che dicono di voler servire e invece, talvolta, finiscono per asservire gli altri a sé.
Seguire veramente Cristo significa compiere un esodo: uscire dall'io per decentrarsi in Lui. Parole antiche, che richiamano l'invito dello stesso San Francesco a farsi «minore» tra i fratelli — «e nulla vogliate per voi» (Regola non bollata, cap. XVII) — pronunciate con la forza di chi cerca di viverle prima ancora di insegnarle.
Poi ci ha raccontato della sua piccola cappella personale, ricavata dietro la dispensa della Curia. Uno spazio nascosto, quasi invisibile, dove rimane solo davanti a Dio e davanti a un Crocifisso ligneo di antica fattura: un Cristo straziato dalle piaghe del mondo.
È lì, ci ha detto, che nascono tante delle sue parole: le omelie, gli interventi, i messaggi rivolti alla Chiesa palermitana. È lì che cerca luce quando deve affrontare decisioni difficili. È lì che trova anche un po' di riposo dalle fatiche quotidiane.
Forse il vero cuore di un pastore non si vede nelle grandi occasioni pubbliche, ma in una stanza nascosta dove nessuno applaude e nessuno guarda.
A un certo punto il suo segretario gli ha fatto notare, con discrezione, che l'ora era ormai tarda. Un richiamo affettuoso, come quello di chi veglia su una persona cara. Perché don Corrado, come molti sanno, tende a non risparmiarsi mai: nelle parole, negli incontri, nella disponibilità verso gli altri. Qualcuno deve ricordargli che anche chi dona tutto ha bisogno di fermarsi.
Forse quel segretario, in quella sera, aveva davvero il compito di un angelo custode: ricordare al pastore che anche il pastore è un uomo.
Prima di andare via, monsignor Lorefice ha salutato di nuovo tutti, senza fretta e senza distanza, come chi non vuole lasciare nessuno indietro.
Quando è arrivato il mio turno, mi ha guardato fisso negli occhi e, con la semplicità che appartiene ai fratelli, mi ha detto: «Prega per me».
Una richiesta disarmante. Non un ordine, non una formula di circostanza. La domanda di un uomo di Dio che sa di avere bisogno degli altri.
E io, guardandolo negli occhi chiari, gli ho risposto: «Anche lei per me, don Corrado».
Perché alla fine un vescovo e un fratello non sono poi così lontani. Entrambi camminano nella stessa direzione, entrambi hanno bisogno della preghiera degli altri, entrambi cercano quel Cristo che solo può liberare l'uomo dalla prigionia dell'io.
La sera è finita così: senza grandi discorsi ufficiali, ma con il ricordo di una terrazza, di una comunità francescana e di un vescovo che ha raccontato il suo segreto più prezioso.
Non quello di un uomo che non si stanca mai.
Ma quello di un uomo che, proprio perché conosce la propria fragilità, continua ogni giorno a cercare Dio con semplicità.

Complimenti, è sempre piacevole leggere le tue storie AL
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