Abuja, Nigeria, 6 marzo
2026. Nella St Matthias House, sede della Chiesa anglicana nigeriana, 347
vescovi e 121 fra preti e laici si sono alzati in piedi e hanno detto basta.
Basta a Canterbury. Basta all'arcivescovo che siede su quella cattedra da secoli
come arbitro spirituale di ottantacinque milioni di fedeli sparsi in 164 paesi.
Hanno firmato la Dichiarazione di Abuja e hanno chiamato il loro gesto, con
l'ottimismo degli scismatici di ogni epoca, non una rottura ma una
rifondazione.
Chi conosce la storia
della Chiesa sa che "rifondazione" è la parola che si usa quando non
si ha il coraggio di dire "addio". Ma il coraggio, in questo caso,
non manca affatto. Manca piuttosto la modestia.
Una Chiesa nata
da uno strappo, spezzata da un altro
Vale la pena ricordare,
per chi lo avesse dimenticato o non l'avesse mai saputo, che la Chiesa
anglicana nacque essa stessa da uno scisma. Enrico VIII, nel 1534, non si
separò da Roma perché aveva letto Lutero o perché lo spirito del Vangelo gli
era apparso in sogno magari in forma di Arcangelo o di Madonna. Si separò
perché il Papa non voleva concedergli il divorzio da Caterina d'Aragona. La
fede, in quel frangente, aveva ben poco a che fare con la faccenda: era una
questione di letto, di successione dinastica e di potere politico.
Eppure da quello strappo
regale nacque una delle tradizioni cristiane più interessanti e, almeno negli
intenti, più equilibrate della storia moderna. L'anglicanesimo cercò di tenersi
a metà strada tra Roma e la Riforma protestante, conservando i riti e i
sacramenti cattolici ma adottando alcune idee teologiche luterane e calviniste.
Un compromesso, certo. Ma i compromessi, quando sono intelligenti, possono
durare secoli.
Questo è durato quasi
cinquecento anni. Poi è arrivato il problema dell'omosessualità, e il compromesso
ha ceduto.
Il nodo gordiano:
sesso, Bibbia e potere del Sud del mondo
La crisi vera cominciò
nel 1998, quando la Conferenza di Lambeth — il raduno decennale dei vescovi
anglicani di tutto il mondo — aprì timidamente alla cura pastorale degli
omosessuali. Una frase prudente, quasi burocratica. Ma bastò a incrinare
qualcosa. Quattro anni dopo, nel 2002, la Chiesa anglicana del Canada accettò
di benedire le unioni omosessuali. E nel 2003, la diocesi episcopale del New
Hampshire ordinò vescovo un uomo apertamente omosessuale, Gene Robinson.
A Canterbury e nei
salotti teologici di Londra si pensò forse che la cosa si sarebbe assorbita,
come tante altre tensioni si erano assorbite nel corso dei secoli. Si
sbagliavano. Non avevano fatto i conti con l'Africa.
Perché il centro di
gravità dell'anglicanesimo, nel corso del Novecento, si era spostato in modo
silenzioso ma irreversibile. Oggi la maggioranza dei fedeli anglicani non vive
a Londra o a New York. Vive a Lagos, a Nairobi, a Kampala, a Kigali. Le Chiese
africane sono cresciute a una velocità che le Chiese europee non conoscono più
da almeno un secolo. E queste Chiese africane sono, nella stragrande
maggioranza, profondamente tradizionaliste nella morale sessuale: la Bibbia,
per loro, non è un testo da rileggere alla luce delle conquiste civili
occidentali. È la parola di Dio. Punto. Una Parola quasi letterale.
C'è dunque, in questa
vicenda, anche una rivincita post-coloniale. Per decenni i missionari europei
avevano portato il Vangelo in Africa insegnando ai locali cosa credere e come
comportarsi. Adesso sono gli africani a dire agli europei che, secondo loro, si
sono smarriti cosa credre o cosa no secondo la loro interpretazione del testo
sacro. La storia, a volte, ha un senso dell'umorismo notevole.
La GAFCON: una
comunione nella comunione, poi fuori dalla comunione
Nel 2008, mentre la
Conferenza di Lambeth si riuniva in Inghilterra, un gruppo di vescovi
conservatori — africani, asiatici, latinoamericani e nordamericani — decise di
non presentarsi nemmeno. Si ritrovarono invece a Gerusalemme, dove fondarono la
GAFCON, la Comunione anglicana globale. Approvarono la Dichiarazione di
Gerusalemme, quattordici punti di fede ortodossa che diventavano il loro codice
di appartenenza.
Per qualche anno si
raccontarono che stavano lavorando dall'interno. Che avrebbero ricondotto la
Comunione alla retta via. Era la classica illusione di chi si vuole credere
riformatore e non ancora scismatico. Ma la realtà era più semplice: stavano
aspettando il momento giusto per andarsene. Ma questo lo scrive un cronista
sospettoso come me.
Quel momento è arrivato
in ottobre del 2025, quando la Chiesa d'Inghilterra ha eletto Sarah Mullally
arcivescovo di Canterbury: la prima donna a ricoprire quella carica nella
storia millenaria della sede primaziale anglicana. Per i tradizionalisti, era
la goccia che faceva traboccare il vaso. O meglio, era la conferma definitiva
che il vaso era già pieno di veleno.
La Mullally ha prestato
giuramento il 28 gennaio 2026. Meno di sei settimane dopo, ad Abuja, i vescovi
della GAFCON hanno firmato la loro dichiarazione di indipendenza.
La Dichiarazione
di Abuja: le parole dello scisma
Il testo della
dichiarazione è scritto con quella particolare solennità dolente che
caratterizza i comunicati di chi si sente vittima e protagonista al tempo
stesso. Si comincia con ventidue anni di appelli inascoltati, di umili
preghiere, di richieste di pentimento rivolte ai gerarchi di Canterbury. Poi si
spiega, con la franchezza di chi non ha più nulla da perdere, che quegli
appelli non hanno prodotto nulla di buono.
Le questioni della
sessualità umana, si precisa con cura, non sono il cuore del problema. Sono
soltanto i sintomi. Il male vero è più profondo: è l'abbandono dell'autorità
della Scrittura, la deriva dottrinale, il cedimento progressivo alle mode
culturali del momento. L'omosessualità, in questo ragionamento, è soltanto la
punta dell'iceberg di un relativismo teologico che avrebbe corroso le
fondamenta della fede.
Si rifiutano quindi i
quattro tradizionali strumenti di comunione: l'arcivescovo di Canterbury, la
Conferenza di Lambeth, il Consiglio consultivo anglicano, l'assemblea dei
Primati. Non è, si badi bene, uno spostamento. Non è nemmeno uno scisma. È,
dichiarano con serietà assoluta, una rifondazione della vera Comunione
anglicana dall'interno. Chi era dentro — loro — è rimasto dentro. Chi si è
allontanato dalla vera fede — Canterbury — è di fatto già fuori.
È una di quelle
argomentazioni che ha il pregio della coerenza interna e il difetto di essere
esattamente quella che userebbe chiunque, in qualsiasi scisma della storia, per
non chiamare le cose con il loro nome.
La nuova
geografia del potere anglicano
La nuova struttura è già
operativa. Il Consiglio dei Primati della GAFCON viene sostituito dal Consiglio
anglicano globale. Al vertice siede l'arcivescovo Laurent Mbanda, primate del
Ruanda, affiancato dal vicepresidente arcivescovo Miguel Uchoa e dal segretario
generale vescovo Paul Donison. Il Consiglio ha il potere di accogliere nella
nuova Comunione le province e le diocesi che volessero aderire.
Le forze in campo sono
considerevoli. Alla riunione di Abuja hanno partecipato rappresentanti delle
Chiese anglicane di Ruanda, Kenya, Uganda, Tanzania, Sudan e Nigeria — cioè la
grande maggioranza numerica dell'anglicanesimo mondiale. A queste si aggiunge
la Chiesa anglicana del Nord America, nata qualche anno fa dalla scissione di
conservatori dalla Chiesa episcopale degli Stati Uniti e dalla Chiesa anglicana
del Canada.
Il titolo scelto per
l'assemblea — tratto dal libro di Giosuè — dice tutto: “Scegli oggi chi vuoi
servire... Quanto a me e alla mia casa serviremo il Signore”. Quattro giorni di
celebrazioni, relazioni e votazioni, scanditi da quell'aria di solenne
inevitabilità che si respira nei momenti storici veri, o in quelli che si
credono tali.
Canterbury
risponde: decentrare per sopravvivere
Da Canterbury non è
arrivata una risposta dottrinale. È arrivata una risposta istituzionale, che in
certi casi vale di più. La Chiesa anglicana di Canterbury sta lavorando a un
piano per decentrare la gestione della Comunione: l'arcivescovo condividerebbe
la leadership con altri primati, distribuendo il potere per ridurre il
bersaglio. Il vescovo Graham Tomlin, che presiede il processo, ha dichiarato
con quella speranza un po’ stanca dei saggi che conoscono la storia: quando ci
separiamo radicalmente l'uno dall'altro, è molto difficile ricucire.
Ha ragione. Ma la sua
osservazione arriva forse con qualche anno di ritardo. Il momento in cui era
ancora possibile tenere insieme tutto è passato. La domanda ora non è se lo
scisma ci sia stato, ma quanto profonda sarà la frattura e quante Chiese
seguiranno una parte o l'altra.
Dissenso etico o
teologico? Una distinzione che non regge
C'è chi prova a
ridimensionare la portata dello scisma sostenendo che si tratti di un dissenso
etico, non teologico. Una questione di morale sessuale, non di fede. Un litigio
di costume, insomma, non una disputa sul mistero di Dio.
Ma i protagonisti della
vicenda, da entrambe le parti, rifiutano questa riduzione. E hanno ragione di
rifiutarla. Perché la questione vera, sotto il dibattito sul matrimonio gay e
sulle donne vescovo, è una sola: chi ha l'autorità di interpretare la
Scrittura? La tradizione consolidata e i formulari storici, oppure il sensus
fidelium che si evolve nel tempo, la teologia che dialoga con la cultura, la
Chiesa che si aggiorna?
Non è una domanda nuova.
È la domanda che ha percorso tutta la storia del cristianesimo. La risposta che
si dà a questa domanda determina tutto il resto: non solo chi può sposarsi con
chi, ma come si intende la rivelazione, come si concepisce la Chiesa, come si
pensa il rapporto tra Vangelo e mondo. Non è etica. È teologia in senso pieno.
Tra l'altro è utile
ricordare che la Dichiarazione di Gerusalemme del 2008 — il documento fondativo
della GAFCON — non riguarda solo la sessualità. Tocca la salvezza, la
cristologia, la sacramentologia, il rapporto tra cristianesimo e altre
religioni. Non è un manifesto di bigotti sessuofobi. È, nel bene e nel male,
una confessione di fede articolata e coerente.
L'ombra lunga sul
cristianesimo mondiale
Le conseguenze di questa
rottura vanno ben oltre i confini dell'anglicanesimo. Il cristianesimo mondiale
sta attraversando una stagione di divisioni che non ha precedenti recenti. La
crisi nelle Chiese ortodosse — con il grande scisma del 2018 tra il Patriarcato
di Mosca e quello di Costantinopoli sul riconoscimento della Chiesa ortodossa
ucraina — ha già prodotto una frattura profonda nel mondo ortodosso. Ora lo
scisma anglicano aggiunge un secondo fronte.
Per il dialogo ecumenico,
che aveva faticosamente costruito ponti nel corso del Novecento, è uno
schiaffo. Con chi parla Roma, adesso? Con Canterbury che benedice le coppie
omosessuali o con Abuja che la scomunica? Con la Mullally o con Mbanda? La
risposta ovvia — con entrambi — è anche la risposta più difficile da praticare.
C'è poi il problema della
credibilità complessiva del messaggio cristiano nel mondo. Quando una
tradizione religiosa che predica l'unità nell'amore si spacca in due davanti
alle telecamere mondiali, il segnale che manda non è edificante. I critici del
cristianesimo — e ce ne sono molti, e non tutti in malafede — hanno buon gioco
a indicare la contraddizione.
La testimonianza
cristiana nel mondo ne esce impoverita. È una parola giusta. Impoverita non nel
senso che sia falsa o inutile. Ma nel senso che perde qualcosa di essenziale:
la capacità di mostrare che persone profondamente diverse possono stare insieme
in nome di qualcosa che le supera tutte.
Un epilogo aperto
La storia non finisce
qui. Le Chiese che si sono sedute ai banchi opposti ad Abuja continueranno a
esistere, a predicare, a battezzare, a seppellire i loro morti. I fedeli di
Lagos e quelli di Londra continueranno a chiamarsi anglicani. Ma non si
riconosceranno più nella stessa comunione.
Ci sono province che non
hanno ancora deciso. Ci sono diocesi divise al loro interno. Ci sono fedeli che
non sanno bene cosa stia succedendo e che il giorno dopo la firma di Abuja sono
andati a messa come sempre, senza accorgersi che qualcosa era cambiato. Per
loro — che sono la maggioranza assoluta — la storia dello scisma è una cosa che
leggeranno sui giornali, se la leggeranno.
Ma i secoli hanno la
memoria lunga. E quando si decide di rompere, le rotture tendono a diventare
permanenti. La storia della Chiesa è piena di scismi che dovevano essere
provvisori e sono durati mille anni. L'Oriente e l'Occidente cristiano si sono
separati nel 1054 e stanno ancora aspettando di riconciliarsi.
Ad Abuja, il 6 marzo
2026, 347 vescovi hanno deciso di servire il Signore a modo loro. Non si può
dar loro torto di avere delle convinzioni. Si può soltanto sperare che, un
giorno, trovino anche il modo di tenere insieme le convinzioni e la carità. È
quello che chiedono ai loro fedeli, in fondo, ogni domenica.

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