Certe notizie non fanno rumore. Non aprono i telegiornali, non incendiano i
talk show, non mobilitano le folle digitali che hanno bisogno di scandali per
sentirsi vive. Scivolano via, educate, quasi chiedendo scusa. Eppure restano.
Si piantano come una scheggia sotto pelle. Questa è una di quelle.
La morte di Anna
Matthews, quarantaquattro anni, prete anglicano, non è una notizia. È
una domanda.
Noi siamo abituati a misurare le vite con il
metro sbagliato: il successo, la visibilità, la carriera. Lei, invece, faceva
un mestiere che oggi appare sospetto: curava anime. Non in senso figurato —
quello che usano i politici quando inaugurano qualcosa — ma in senso letterale,
antico, quasi imbarazzante. Era vicaria a St
Bene’t’s Church, a Cambridge, e già
questo basterebbe a farci sbadigliare, se non fosse che lo faceva sul serio.
Sul serio significa conoscere le persone per
nome, pregare per i negozi del quartiere (anche quelli che vendono biancheria
intima, pare), organizzare liturgie senza effetti speciali ma con sostanza,
ascoltare i peccati degli altri senza trasformarli in argomenti di
conversazione. Una cosa fuori moda, insomma.
L’articolo che ne annuncia la morte — scritto
da qualche anno fa Andrew Davison per “Church
Times” — è pieno di elogi. Troppi, direbbe un cinico. E invece no: è pieno di
pudore. Che è una forma più credibile di verità. Non c’è l’agiografia
zuccherosa che spesso accompagna i defunti, ma un dato nudo: questa donna era
tra i migliori della sua generazione. Punto.
E qui nasce il fastidio.
Perché quando muore qualcuno così, la
tentazione è archiviare: “una bella storia”, “una vita esemplare”, “peccato sia
finita presto”. È il modo più elegante per non lasciarsi disturbare. Ma il
disturbo resta. Perché se è vero — come sembra — che questa donna ha inciso
nella vita degli altri più di tanti professionisti della parola e dell’immagine,
allora dobbiamo ammettere una cosa sgradevole: abbiamo completamente sbagliato
scala di valori.
Lei non voleva fare carriera. L’idea di
diventare vescovo — ci dicono — la “terrorizzava”. In un mondo ecclesiastico
che, come tutti i mondi, ha le sue piccole ambizioni travestite da vocazioni, è
un dettaglio quasi rivoluzionario. Non perché l’episcopato sia una colpa, ma
perché il rifiuto del potere, quando è autentico, smaschera chi lo desidera
troppo.
E tuttavia non era una ribelle da salotto. Non
scriveva manifesti, non guidava correnti. Faceva una cosa più difficile:
restava. Restava nella parrocchia, tra la gente, tra le miserie e le piccole
grandezze quotidiane. Quel “fronte” che molti evitano perché non dà gloria, ma
consuma.
C’è un passaggio, nell’articolo, che merita di
essere riletto: la sua eredità non si misura in titoli o libri, ma nelle vite
orientate verso la luce di Dio. È una frase che, letta di fretta, sembra una di
quelle formule che si usano per chiudere bene un necrologio. In realtà è una
condanna. Per noi.
Perché noi non sappiamo più misurare così.
Non sappiamo cosa significhi “orientare una
vita”. Al massimo la influenziamo per qualche secondo, con un post, una
battuta, un’indignazione a tempo determinato. Lei, invece, faceva un lavoro lento,
invisibile, non quantificabile. E dunque, nel nostro sistema, irrilevante.
Eppure.
Eppure, quando una persona così muore a
quarantaquattro anni, ci accorgiamo che qualcosa manca. Non sappiamo dire cosa,
ma lo sentiamo. È come quando si spegne una luce in una stanza che credevamo
già illuminata abbastanza. Solo allora capiamo che non era vero.
C’è, infine, un dettaglio quasi crudele: non
riusciva a riconoscere in sé i doni che gli altri vedevano. Difetto? Virtù?
Forse entrambe le cose. In un’epoca che ci educa all’autopromozione permanente,
questa incapacità suona come una stonatura. O come una liberazione.
Non so se Anna
Matthews sia stata una santa. Il termine è troppo compromesso per essere
usato con leggerezza. So però che la sua vita — così come viene raccontata — ha
una qualità rara: non chiede applausi. Chiede silenzio.
E il silenzio, oggi, è la forma più difficile
di misericordia.
Per
questo la sua morte non è una notizia. È una ferita discreta. Che non sanguina,
ma non si chiude.
https://www.churchtimes.co.uk/articles/2023/24-march/gazette/obituaries/obituary-canon-anna-matthews

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