“La morte che non fa notizia ( e proprio per questo ci riguarda)” di Davide Romano

 



Certe notizie non fanno rumore. Non aprono i telegiornali, non incendiano i talk show, non mobilitano le folle digitali che hanno bisogno di scandali per sentirsi vive. Scivolano via, educate, quasi chiedendo scusa. Eppure restano. Si piantano come una scheggia sotto pelle. Questa è una di quelle.

La morte di Anna Matthews, quarantaquattro anni, prete anglicano, non è una notizia. È una domanda.

Noi siamo abituati a misurare le vite con il metro sbagliato: il successo, la visibilità, la carriera. Lei, invece, faceva un mestiere che oggi appare sospetto: curava anime. Non in senso figurato — quello che usano i politici quando inaugurano qualcosa — ma in senso letterale, antico, quasi imbarazzante. Era vicaria a St Bene’t’s Church, a Cambridge, e già questo basterebbe a farci sbadigliare, se non fosse che lo faceva sul serio.

Sul serio significa conoscere le persone per nome, pregare per i negozi del quartiere (anche quelli che vendono biancheria intima, pare), organizzare liturgie senza effetti speciali ma con sostanza, ascoltare i peccati degli altri senza trasformarli in argomenti di conversazione. Una cosa fuori moda, insomma.

L’articolo che ne annuncia la morte — scritto da qualche anno fa Andrew Davison per “Church Times” — è pieno di elogi. Troppi, direbbe un cinico. E invece no: è pieno di pudore. Che è una forma più credibile di verità. Non c’è l’agiografia zuccherosa che spesso accompagna i defunti, ma un dato nudo: questa donna era tra i migliori della sua generazione. Punto.

E qui nasce il fastidio.

Perché quando muore qualcuno così, la tentazione è archiviare: “una bella storia”, “una vita esemplare”, “peccato sia finita presto”. È il modo più elegante per non lasciarsi disturbare. Ma il disturbo resta. Perché se è vero — come sembra — che questa donna ha inciso nella vita degli altri più di tanti professionisti della parola e dell’immagine, allora dobbiamo ammettere una cosa sgradevole: abbiamo completamente sbagliato scala di valori.

Lei non voleva fare carriera. L’idea di diventare vescovo — ci dicono — la “terrorizzava”. In un mondo ecclesiastico che, come tutti i mondi, ha le sue piccole ambizioni travestite da vocazioni, è un dettaglio quasi rivoluzionario. Non perché l’episcopato sia una colpa, ma perché il rifiuto del potere, quando è autentico, smaschera chi lo desidera troppo.

E tuttavia non era una ribelle da salotto. Non scriveva manifesti, non guidava correnti. Faceva una cosa più difficile: restava. Restava nella parrocchia, tra la gente, tra le miserie e le piccole grandezze quotidiane. Quel “fronte” che molti evitano perché non dà gloria, ma consuma.

C’è un passaggio, nell’articolo, che merita di essere riletto: la sua eredità non si misura in titoli o libri, ma nelle vite orientate verso la luce di Dio. È una frase che, letta di fretta, sembra una di quelle formule che si usano per chiudere bene un necrologio. In realtà è una condanna. Per noi.

Perché noi non sappiamo più misurare così.

Non sappiamo cosa significhi “orientare una vita”. Al massimo la influenziamo per qualche secondo, con un post, una battuta, un’indignazione a tempo determinato. Lei, invece, faceva un lavoro lento, invisibile, non quantificabile. E dunque, nel nostro sistema, irrilevante.

Eppure.

Eppure, quando una persona così muore a quarantaquattro anni, ci accorgiamo che qualcosa manca. Non sappiamo dire cosa, ma lo sentiamo. È come quando si spegne una luce in una stanza che credevamo già illuminata abbastanza. Solo allora capiamo che non era vero.

C’è, infine, un dettaglio quasi crudele: non riusciva a riconoscere in sé i doni che gli altri vedevano. Difetto? Virtù? Forse entrambe le cose. In un’epoca che ci educa all’autopromozione permanente, questa incapacità suona come una stonatura. O come una liberazione.

Non so se Anna Matthews sia stata una santa. Il termine è troppo compromesso per essere usato con leggerezza. So però che la sua vita — così come viene raccontata — ha una qualità rara: non chiede applausi. Chiede silenzio.

E il silenzio, oggi, è la forma più difficile di misericordia.

Per questo la sua morte non è una notizia. È una ferita discreta. Che non sanguina, ma non si chiude.

 

https://www.churchtimes.co.uk/articles/2023/24-march/gazette/obituaries/obituary-canon-anna-matthews

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