Perché tu sei mio



 

Negli abissi senza rive
dove il silenzio mastica stelle morte
e il tempo è un’eco spezzata tra galassie remote,
gridava la sua voce.

 

Non era suono,
ma ferita di luce nel buio.
Non era parola,
ma fuoco antico che ardeva tra i ghiacci siderali.

 

Io — granello disperso,
polvere inquieta sospesa tra i vortici dell’infinito —
credevo di essere naufragio,
relitto senza nome trascinato dal nulla.
Credevo che il mio cuore fosse
una pietra fredda
rotolata fuori dall’eterno.

 

E Lui gridava.

 

Negli sterminati abissi dell’universo,
oltre il brivido cieco delle comete,
oltre il sonno opaco dei pianeti erranti,
la sua voce attraversava il vuoto
come una freccia di aurora.

 

«Non sei perduto.
Non sei perduto
perché tu sei mio.»

 

E tremavano le costellazioni,
inermi come greggi senza pastore.
Tremava il sangue segreto delle stelle.
Tremavo io,
piccola ombra consunta
tra le pieghe del caos.

 

Chi sono io
perché l’eterno pronunci il mio nome
tra i roghi silenziosi dei soli morenti?
Chi sono io
perché l’Invisibile
incida la mia carne con la sua memoria?

 

Eppure la voce insisteva,
più vasta dell’ombra,
più profonda della notte.

 

Non sei perduto.

 

Lo ripeteva al mio smarrimento,
al mio passo cieco tra le macerie del tempo,
alle mie mani vuote che tastavano il nulla.
Lo diceva alla mia solitudine
più vasta degli oceani neri dello spazio.

 

Non sei perduto.

 

E l’universo,
che mi pareva una tomba senza lapide,
divenne grembo.
Il buio non fu più abisso
ma attesa.

 

Perché tu sei mio.

 

Parola tremenda e dolce,
catena di luce che mi lega all’infinito,
radice piantata nel cuore dell’Essere.
Mio —
non come possesso che imprigiona,
ma come amore che salva dal dissolversi.

 

Allora compresi:
non ero gettato nel caso,
non ero errore disperso nel vento cosmico.
Ero chiamato.
Ero custodito
nel pensiero che precede le stelle.

 

Negli sterminati abissi dell’universo
non c’era più soltanto silenzio.
C’era una voce
che mi attraversava come sangue nuovo,
che mi ricomponeva dalle fratture del nulla.

 

E il mio grido —
piccolo, umano, tremante —
non era più domanda senza risposta.
Era eco.

 

Perché tu sei mio.

 

(D. R.)

Commenti